I CESARONI, BELLA FICTION ALLA ROMANA

La fiction di impronta e atmosfera familiare, rasserenante anche in presenza di situazioni di partenza non facili (famiglie allargate, divorzi alle spalle, vedovanze da superare) trova ora ne I Cesaroni (giovedì su Canale 5, ore 21) un altro porto di sicuro e facile approdo. Da un punto di vista della leggerezza, del disimpegno, della scorrevolezza allegra della sceneggiatura non c'è molto da obiettare: è un prodotto che ha tutto per farsi guardare, costruito con scaltra abilità nel solco della «commedia alla romana», sottomarca della commedia all'italiana capace però di costruirsi un bel gruzzolo di consensi presso il pubblico televisivo e non solo (infatti ha vinto la serata negli ascolti). Funziona Claudio Amendola, che dopo il flop di 48 ore trova un ruolo dove sperimentare anche il lato gigione della sua personalità, con qualche rischio di sovrabbondanza zuccherina se dovesse esagerare puntata dopo puntata, ma la parte ora è quella, più da tenerone che da duro, e bisogna sfangarla. Funziona ancora di più Elena Sofia Ricci, nel ruolo della fidanzata milanese di vent'anni prima che ritrova casualmente il vecchio amore e, fresca reduce da una separazione matrimoniale, decide di trasferirsi con le due figlie nella sua casa romana, quartiere Garbatella, con ovvi problemi di convivenza dal momento che il vedovo Amendola ha all'attivo tre figli più pestiferi che mai. Di sicura presa anche i personaggi di contorno, in prima fila Max Tortora e Antonello Fassari, che danno ai rispettivi personaggi quella connotazione popolaresca cui sembra proprio non si possa fare a meno in questo genere di fiction. Infine i ragazzi: smorfiosetti quanto basta, teppistelli al punto giusto e dotati della sfacciataggine necessaria per bucare lo schermo. Presi uno per uno, ingrediente per ingrediente, tutti questi elementi sembrano fatti apposta per costituire un sicuro successo. A smorzare un poco gli entusiasmi, a voler guardare le cose con un occhio rivolto per un attimo anche al progetto narrativo che sta alla base di questa come di altre serie televivise similari (viene in mente per primo Un medico in famiglia, per parentele di atmosfera oltreché di produzione) sta una considerazione semplice: il rammarico di non vedere mai crescere questo tipo di fiction, incapace di diventare davvero «commedia all'italiana» con qualche ambizione diversa dalla semplice riproposizione dello stampino che funziona, che non voglia solo accontentarsi di rappresentazioni sempre molto edulcorate e cominci invece ad attingere a un patrimonio di scrittura che pure ci appartiene: un po’ di sana malizia descrittiva, qualche pennellata di costume, scene e situazioni che sappiano abbinare, alla voglia sacrosanta di divertire, anche il gusto di farlo con sapida impertinenza.