I «Cherubini» di Muti entusiasmano Lugano con Mozart e Haydn

La baby orchestra creata dal maestro festeggia un anno di vita con un tour

Alberto Cantù

da Lugano

Festa di compleanno per l’Orchestra Cherubini: il primo del complesso giovanile composto per intero da neodiplomati tutti italiani. Sul podio, Riccardo Muti che il gruppo ha creato e cresce con trepida dedizione dando iniezioni di speranza in un periodo disperante anche per le sorti della musica e che chiama i componenti, con la considerazione che meritano, «i miei giovani colleghi».
È passato un anno o poco più, 365 giorni vissuti in pienezza di esperienze, dal primo concerto ufficiale al Teatro municipale di Piacenza. Perché questa orchestra «di formazione», ponte verso l’attività professionale (ammesso che l’Italia tale professione contempli ancora), lavora d’inverno in terra piacentina e in estate è «complesso residente» del Ravenna Festival: opere, concerti, nel 2006 anche la bacchetta di Rostropovic per il centenario di Shostakovic.
Un anno dopo, dunque, la Cherubini e Muti attraversano la penisola da Nord a Sud. Da Lucca (ieri nella basilica di San Frediano) a Reggio Calabria (il 17 al Teatro Cilea), da Cremona (il 12: inaugurazione del Festival Monteverdi) a Modena (oggi al Teatro municipale), da Fabriano a Bari rispettivamente il 13 e il 15 al Teatro Gentile e al Teatro Piccinni.
Sette concerti e due diversi programmi. Sette con quello d’apertura applaudito a più non posso martedì a Lugano nel Palazzo dei congressi esaurito nei 1.130 posti. Debutto del primo programma: Mozart, Haydn, Hindemith di Nobilissima visione e il Rossini della sinfonia dal Guglielmo Tell «che noi intendiamo come pezzo sinfonico ma oggi è implicito omaggio alla Svizzera e al suo eroe». Occasione - altra ricorrenza, altra festa - per ricordare come abbiano compiuto 25 anni gli Amici della Scala di Lugano che hanno voluto il concerto e iscrivono Muti nell’albo dei soci onorari.
C’è Mozart col Divertimento K 136 ma non per inflazionare ulteriormente la nota ricorrenza. Mozart fa coppia con Haydn, il trascurato Haydn che nemmeno i centenari prendono in considerazione, ed è quello del Concerto in do maggiore per violoncello, solista Massimiliano Polidori, «prima parte» della Scala e artista di sensibilità squisita nel trascurare, d’accordo col direttore, certo rococò «vecchio stile» del componimento. Strumentista capace, invece, con perfetta integrazione solista-orchestra, di puntare sulla dolcezza suadente della frase su tremoli eleganti, su melodie che all’acuto si fanno struggenti o che conoscono la beata ariosità dell’Adagio o lo schietto umorismo, il giocare a rimpiattino con temi e temini del Finale.
Ci sono Mozart e Haydn perché un’orchestra, giovanile o no, deve fare propria la civiltà dei classici viennesi e la «Cherubini» con quel Divertimento che ha l’aplomb di un quartetto d’archi anche se sono in tanti a suonare, con un Haydn dai suoni leggeri e decantati senza pesantezze marziali, questa civiltà così alta l’ha metabolizzata. Con la naturalezza che è in Muti e che Muti ha trasmesso loro prova dopo prova, concerto dopo concerto.
Si aggiungano un Hindemith dalla tinta compatta e densa, severa nel raccontare alla Bach la vita di San Francesco, un Rossini stringato e bene in ordine, un Puccini - fuori programma il giovanile Preludio sinfonico - che già strugge di malinconia come poi nel teatro.
Insomma. Un gran bel compleanno. E che di Cherubini ne possano nascere tante.