I cineasti a Napolitano: dacci una mano

Consegnato un appello al capo dello Stato: «Auspico un intervento del Parlamento»

da Roma

Bisogna riconoscerlo: i «Centautori» hanno rubato la scena ai David di Donatello, ieri mattina al Quirinale. Con abile mossa mediatica, grazie all'incondizionato sostegno di Repubblica, ormai organo ufficiale del movimento che raccoglie un migliaio tra registi, attori, tecnici e televisivi (per l'esattezza 944), la delegazione guidata da Daniele Luchetti ha portato materialmente al Colle l'annunciato appello rivolto a Napolitano. Tema: la nuova legge sul cinema. Col regista di Mio fratello è figlio unico c'erano Marco Bellocchio, gli attori Margherita Buy e Kim Rossi Stuart, la produttrice Donatella Botti, lo sceneggiatore Andrea Purgatori. Il presidente, molto applaudito, li ha ricevuti in un secondo momento, fuori dal cerimoniale officiato dal patron Gian Luigi Rondi, presente Rutelli. Ma già nel suo saluto Napolitano ha voluto riferirsi al senso di quell'incontro, gradito ancorché irrituale, con parole che sono parse destinate non solo alla comunità degli artisti.
State a sentire: «Riceverò tra poco un appello sottoscritto da molti di voi, e mi sembra che sia, in sostanza, la richiesta di un impegno ad arricchire il tessuto delle relazioni tra cultura, arte e società italiana. Qualcuno di voi mi ha anche detto: “Faccia qualcosa”. Bene, leggerò questo appello, risponderò e posso anche auspicare che si vada verso un rapido esame in Parlamento di questo progetto di legge. Spero di poterlo fare senza suscitare polemiche nei confronti di mie presunte invasioni di campo: polemiche che, peraltro, di solito precedono o seguono di qualche giorno altre polemiche contro miei presunti silenzi notarili». Una pausa: «Penso che questo faccia parte delle incognite del mestiere».
È possibile che gli estensori della lettera si aspettassero una presa di posizione più netta. Ai tempi del governo Berlusconi un Nanni Moretti temporaneamente prestato alla politica tirò per la giacchetta Ciampi teorizzando: «Ai presidenti, ogni tanto, è concesso dire dei no». Stavolta non sono richiesti dei «no», semmai una moral suasion nei confronti del legislatore perché faccia in fretta, magari accogliendo alcune delle proposte dei «Centoautori». Naturalmente il tono dell'appello è alto, ispirato a principi generali: «Non ci stiamo rivolgendo a Lei per questioni di bottega, né, per dirla volgarmente coi nostri denigratori, per battere cassa. Il cinema italiano è assistito dieci volte meno che in Francia e undici volte meno della nostra carta stampata. Ma l'informazione disinformata racconta sempre di un cinema che fa film ladri e brutti: solo un altro sintomo della malattia di un Paese che ha sempre meno amore e rispetto per la propria cultura, i propri artisti e quindi per se stesso».
Nessun riferimento a Sky o alla telefonia, al duopolio Medusa-Raicinema o alle nomine. In compenso si parla di «autentico allarme civile» (sarà contento Prodi!), di «uno stato di crisi anche frutto di una strategia politica», di «eccessiva acquiescenza al mercato», di «trasformazione di ogni cittadino in teleconsumatore». Insomma, gira e rigira, tutta colpa della tv, che imbarbarisce, condiziona e spegnerebbe la creatività. Risposta diplomatica di Napolitano: «Mi pare giusto parlare del cinema non soltanto per i risultati artistici ma anche per la realtà che rappresenta dal punto di vista dell'economia italiana».
Sul versante dei David, la cronaca quirinalizia registra quasi una standing ovation per il venerato maestro Olmi. Applausi calorosi anche ai tre premi speciali Lizzani, Montaldo e Trovajoli. Ironica la Buy nel rubricare la pomeridiana diretta su Raidue a «tv dei ragazzi», mentre Tornatore reputa «sconcertante» il libretto di Libero sui conti in rosso del cinema: «E lo dice uno che non ha mai usato soldi pubblici per i suoi film».