I cinesi occupano piazza Duomo. Nel nome di Mao

In via Sarpi negozi chiusi per partecipare al sit-in Oggi in consiglio comunale si discute di Chinatown

(...) sindaco Letizia Moratti che «per il futuro dei cinesi a Milano esiste già una prospettiva migliore» e assicurando di «aver trovato un sindaco e un’amministrazione comunale disponibile al dialogo amichevole e franco».
Sintesi di un colloquio di quasi un’ora che, ieri, in piazza Duomo si è concretizzato ancora in una manifestazione di protesta contro l’amministrazione e, quindi, contro chi reclama il rispetto delle regole del vivere civile. Presidio fatto dai commercianti all’ingrosso, dai giovani cinesi di seconda generazione e da connazionali arrivati da Verona, Piacenza e, persino, da Roma. Tutti, nessuno escluso, a conoscenza del rinvio della manifestazione, ma «esserci è un obbligo dopo la repressione in Paolo Sarpi».
«Obbligo» che, oggi, spinge i cinesi al replay sempre in Paolo Sarpi: dalle 16 alle 20, saranno ancora all’angolo con via Bramante approfittando del presidio «contro il razzismo per spezzare il muro del pregiudizio» organizzato dai no global del Cantiere. Antagonisti che cavalcano la protesta denunciando «il poco rispetto dei ghisa nei confronti dei cinesi» e i «cattivi» cronisti «sempre pronti a elargire pregiudizi anti-China». Vagheggiamenti con tanto di linciaggio nei confronti degli italiani che aderiscono al comitato ViviSarpi «funzionali al clima di xenofobia e incomprensione portato avanti dal centro-destra».
Giudizi nei volantini che i cinquecento cinesi aiutano a distribuire, mentre spuntano copie della rivista trotzkista Spartaco in versione mandarina. Traduzione dall’italiano al cinese con tanto di fotografie degli scontri insieme a quelle del compagno Mao Zedong e Deng. Troppo, davvero tropo anche per Pierfrancesco Majorino dell’Unione che, insieme ad alcuni consiglieri filo-cinesi, attende per venti-minuti-venti una delegazione dei manifestanti a Palazzo Marino. Attesa a vuoto: loro, non mollano la piazza.
Quelli del Cantiere sono più che soddisfatti: incassano due ore di foto e passaggi televisivi, con tanto di primo piano di quell’unica bandiera rossa issata dal «compagno presidente» del circolo Chico Mendez. Spunta anche un tricolore che alcuni cinesi prima gettano a terra e, poi, dopo un quarto d’ora di discussione, issano con la bandiera rossa. «Meglio evitare problemi. Italia-Cina, due popoli e una razza» osserva il prudente «compagno presidente».
E guai a sottolineare che manifestano fuori legge: «Anche gli italiani scioperano e nessuno gli dice niente. Anche noi manifestiamo. Questa si chiama integrazione» dice Yi Chuan Ye da Verona, mentre all’improvviso, a sorpresa, tutti si alzano, raccolgono i fogli di giornale serviti per sedersi a terra e lasciano la piazza a gruppetti com’erano giunti.
Via in fretta e furia, con il console che alle agenzie stampa esprime la «sua soddisfazione»: «È andato tutto bene. Da ieri, dall’incontro con il sindaco, è iniziato un percorso: saranno ascoltate le opinioni degli italiani e dei cinesi che vivono in Paolo Sarpi per trovare una soluzione giusta». Uscita che Palazzo Marino non commenta, oggi il sindaco relaziona il consiglio sui fatti di giovedì scorso.
Appuntamento clou della politica meneghina, mentre domani è in calendario un sopralluogo della commissione Sicurezza (presidente Matteo Salvini) a Paolo Sarpi. Occasione per incontrare, dice il leghista Salvini, «gli italiani prigionieri dei cinesi». E, intanto, le indagini della Digos sulle scritte anti-cinese portano a due esponenti di Forza Nuova.