I cinesi strangolano ditta genovese

Francesco Gambaro

«Dalle aziende cinesi stiamo subendo un'aggressione durissima, decisa e sistematica. Di questo passo - se va bene - resisteremo ancora un anno. Con i nostri costi di produzione, non vendiamo più niente e l'angoscia cresce ogni giorno di più. La Cina non ci dà scampo». Non è solo un grido di dolore, ma un j'accuse pesante e articolato quello che Valter Pilloni lancia contro l'invasione delle aziende cinesi nel nostro mercato. L'amministratore delegato di Teknit, l'azienda di Sestri Ponente che dal 1975 produce circuiti stampati, non vede in pericolo solo il futuro della sua società, ma prefigura scenari inquietanti anche per le piccole - medie aziende italiane, nella morsa sempre più stretta della concorrenza cinese. Come il resto d'Europa.
Lo stato di crisi è certificato dai numeri. Li snocciola l'amministratore di Teknit: «Oggi nel nostro continente ci sono 330 aziende di circuiti stampati, negli anni '90 erano più di 700, nel 2000 560, ogni anno se ne perdono una quarantina». Il caso più emblematico e preoccupante è quello dell'Inghilterra. Nel periodo di massimo splendore del comparto elettronico, le aziende che producevano circuiti per le grandi società erano 500. «Oggi - conferma Pilloni - ne sono rimaste 40. Hanno chiuso anche le due che da sole rappresentavano il 60 per cento delle attività produttive». Per Walter Custle, opinionista del settore, di questo passo in Europa tra pochi anni potrebbero sopravvivere solo un centinaio di società di circuiti stampati. Del resto le percentuali di produzione parlano chiaro: dal 2000 ad oggi gli Stati Uniti hanno perso in questo campo il 61,5 per cento, l'Europa il 37,3, il Giappone il 15,2, mentre la Cina ha guadagnato il 95, 6. Non c'è molto da stupirsi se si pensa che in Cina le aziende che lavorano nei circuiti ufficialmente sono mille, «quelle censite», precisa l'amministratore di Teknit. In realtà un altro migliaio lavora «sottobosco». Quindi 2000. In Italia se ne contano 70, un quinto circa dell'intero continente. Dove il mercato di circuiti stampati si attesta al 7 per cento di quello mondiale. Evidentemente non c'è partita. E non ci può essere considerando che i costi di produzione cinesi sono inferiori in media del 30 per cento ai nostri. «Va da sé che noi non possiamo offire lo stesso prodotto al medesimo prezzo, anche se questo sarebbe l'unico modo vero per difendersi», ammette Pilloni. Nella sua azienda in via Buccari lavorano 22 dipendenti, prima erano 28, da quattro anni investimenti e (...)