I cinque anni di calvario in Piazza Affari

da Milano

Sarà un caso, ma la nuova svolta di Telecom è avvenuta l’11 settembre, il più tragico anniversario della storia recente. Nel 2001, mentre il mondo assisteva, attonito, alla caduta delle torri gemelle, Marco Tronchetti Provera subiva il crollo delle quotazioni del gruppo appena acquistato. Anzi, poiché la formalizzazione non era ancora avvenuta, la caduta dei prezzi gli offrì il destro per tentare una rinegoziazione del contratto per «eccesso di onerosità» in presenza di eventi eccezionali: forse oggi si morde le mani per non essersi ritirato in tempo. Invece Chicco Gnutti, che con Hopa era venditore, si offrì come sponda risolutiva, impegnandosi a ricomprare parte di quello che stava vendendo; una complessa operazione che all’Olimpia del tandem Tronchetti-Benetton dava respiro per 800 milioni, e a Gnutti una garanzia di uscita a medio termine.
L’acquisto di Telecom, attraverso Olivetti, fu deciso il 27 luglio del 2001. Tronchetti s’impegnò a pagare 4,17 euro (a prezzi attualizzati), che comprendevano un sostanzioso premio di maggioranza. Il mercato disse che Telecom veniva strapagata, ma Tronchetti mostrò di scommettere su una rapida e sostanziosa valorizzazione. I piccoli azionisti, d’altro canto, s’indignarono perché, in assenza di Opa, loro venivano esclusi da un vantaggio riconosciuto solo a Colaninno e soci. Proprio il 27 luglio il titolo segnò in Borsa il suo massimo: 4,49. Si osservi il grafico: la caduta successiva fu repentina e verticale, segno che i mercati non credettero ai progetti del nuovo azionista; l’11 settembre diede il colpo di grazia ma la discesa non si arrestò. Il minimo fu toccato il 9 ottobre: 1,76 euro. Tronchetti il 27 settembre ammise: «Sono stati i due mesi peggiori della mia vita professionale».
Stretto dai debiti e da strategie che non diedero i successi sperati, il titolo non si riprese più. Il gruppo vendette tutto il vendibile: partecipazioni acquisite nel mondo e mai diventate redditizie. Per ben due volte, in tre distinte operazioni, fu accorciata la catena del controllo: a monte si fusero «Pirellina» e «Pirellona», due vecchie glorie della Borsa, la holding e la società industriale dell’omonimo gruppo. Più a valle, contemporaneamente, Telecom incorporò Olivetti. Così accorciata la catena risultò: Pirelli-Olimpia-Telecom-Tim. La Borsa ebbe qualche sussulto, ma fu evidente a tutti che le operazioni straordinarie sottendevano un unico scopo: trasferire più rapidamente i dividendi per far fronte alle esigenze del debito. Più tardi - siamo ormai agli inizi del 2005 - venne sbandierata al mercato la filosofia della «convergenza» per far digerire la fusione tra Telecom e Tim. La rete mobile è un curioso esempio di vai-e-vieni industrial-finanziario: nata all’interno di Telecom, fu poi scorporata, quindi incorporata, oggi, infine, scorporata di nuovo. In meno di due anni la filosofia ha fatto dietro front: la «convergenza» non va più bene, adesso occorre puntare sulla divergenza e sulla «media company». Ma non ci si lasci sedurre dalle parole: è solo una questione di denaro. La Borsa lo sa. Nella sua spietatezza premia i vincenti e punisce ondivaghi e perdenti: e da un anno e mezzo sta tenendo sotto pressione i titoli Telecom (ieri a 2,25 euro) e in scacco i suoi azionisti.