I cinque cibi «cattivi» che ora fanno bene

Una ricerca inglese riabilita carne rossa, burro, uova, pane bianco e gelato, finora snobbati dai nutrizionisti

Obesità. Bulimia. Anoressia. Sovrappeso. Scompensi vitaminici; e la lista potrebbe andare avanti ancora molto: in poco meno di sessant’anni l’uomo ha coniato decine di termini per descrivere i disturbi, o vere e proprie patologie, legati all’alimentazione. Considerando che i nostri nonni da giovani non hanno mai sentito la mamma raccomandare loro di non mangiare «schifezze piene di coloranti», né di non assumere troppi grassi saturi (in effetti di tredicenni di 90 chili fino agli anni ’50 ce ne erano ben pochi) non resta che prendere atto che l’uomo, entrando nella società del benessere, parallelamente sviluppa un rapporto conflittuale col cibo.
Un fenomeno che non ha barriere territoriali. Dagli Stati Uniti, dove l’obesità e i conseguenti problemi cardiovascolari sono un vero flagello, le alimentazioni ipercaloriche sono in breve tempo sbarcate anche in Italia. Anzi. «Il nostro Paese è fra le nazioni con il tasso più elevato di obesità infantile e adolescenziale», ha affermato Massimo Cuzzolaro, docente di psichiatria all’università la Sapienza di Roma e presidente della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare. «Le malattie legate ai disturbi alimentari hanno costi molto elevati sul piano fisico, psichico, economico, tanto per il soggetto che ne soffre quanto per la sua famiglia e per la società». Molti i motivi a monte di questa situazione, che ci costa tanto in salute quanto in termini di portafoglio. Uno fra i tanti, ma certamente fra i principali, la confusione. Siamo quotidianamente bombardati da informazioni, sui giornali, riviste e internet, su pregi e difetti degli alimenti. Migliaia di ore di trasmissione sulle tv generaliste in cui dottori in camice bianco ci spiegano cosa, come e quanto mangiare. Peccato che però l’autorevole dottor A, che ha appena decretato l’alimentazione perfetta, sarà presto corretto dal professor B, che a sua volta sarà smentito dall’accademico C. Pensiamo solo all’olio o al vino. Questi due alimenti, presenti su tutte le tavole italiane, sono stati centinaia di volte innalzati allo status di toccasana o additati come dannosi. Ora, un’ennesima ricerca, pubblicata sul quotidiano inglese Guardian, ribalta ancora una volta quelle poche nozioni che anche gli italiani avevano assimilato, riabilitando la carne rossa, il burro, le uova, il pane bianco e il gelato.