Tra i cittadini esasperati: "Intimiditi dai No Tav"

Scatta la ritorsione contro chi vuole l’Alta velocità: "Ci tolgono il saluto e ci boicottano". Linea dura del governo: i cantieri area strategica, un anno di carcere per chi lo vìola. I disoccupati sperano: "Quell'opera per noi è una manna dal cielo"

Gli indignati della Val Susa sono le persone normali, la gente semplice, quelli che non si accodano alle manifestazioni dei No Tav e tantomeno scendono fino a Roma per protestare. Sono la grande maggioranza degli abitanti, ma non hanno voce. Sono favorevoli al tunnel dell’Alta velocità ferroviaria, ma non possono dirlo. Sono esasperati dalla tensione che aleggia in questo angolo di Piemonte, ma si sono rassegnati.

Domenica nei boschi della val Clarea per raggiungere la baita No Tav sono scesi in meno di cinquemila. Basterebbe questo numero a misurare quanto è cambiata la situazione dal 2005, quando scoppiarono i primi gravi disordini. Allora in strada sfilarono 30mila persone, una marea umana invase la statale del Moncenisio, dominava la preoccupazione per l’amianto e l’uranio presenti nelle montagne da traforare. Fu un movimento di massa che Roma capì tardi, mentre fece la fortuna di qualche politico locale e dei centri sociali di Torino.

Oggi è tutto diverso. Il tracciato è cambiato, sono stati siglati accordi con gli enti locali, la stessa sinistra è divisa tra favorevoli e contrari ai treni veloci. Ma soprattutto è arrivata la crisi economica. La Val Susa viveva dell’indotto Fiat, che oggi è svanito in uno strano silenzio, perché tutti erano concentrati su Mirafiori. Le strade sono costeggiate da capannoni in vendita. Nei bar gli operai disoccupati o in cassa integrazione raccontano i problemi per arrivare a fine mese. Molti meridionali riprendono la via del ritorno. Nemmeno al Sud si trova lavoro facilmente, ma almeno la casa è di famiglia, la vita costa meno, non c’è il riscaldamento da pagare.
«Qui i paesi si svuotano. Ho due figli: uno è precario a Torino, l’altro ha trovato impiego a Copenaghen. Aspettiamo i lavori del tunnel come una manna», confessa Antonio I., cinquantatreenne di origini calabresi ex dipendente della Gestind di Bruzolo, azienda dell’indotto Fiat chiusa a gennaio.

Magari non ambisce a fare il minatore, ma un’opera colossale come la Tav garantisce almeno 12mila posti di lavoro tra cantieri e alberghi, oltre a decine di milioni di euro in opere di compensazione. «Tra pochi mesi a 20 chilometri da qui apre il cantiere per il raddoppio della galleria autostradale del Frejus: sono 200 posti di lavoro - protesta un dipendente della Italcoge, l’impresa di Susa incaricata di recintare il cantiere Tav di Chiomonte e fallita lo scorso agosto - ma di quel tunnel nessuno si lamenta».

Forse si tace perché Sandro Plano, presidente della Comunità montana, è dipendente della Sitaf, società che gestisce l’autostrada Torino-Bardonecchia. Sul raddoppio del Frejus, Plano si è detto «tecnicamente a favore e politicamente contro». Anche sulla Tav fa l’equilibrista. Ma la gente non ne può più dei piedi tenuti in due staffe. «Li conosciamo bene i No Tav - dice A.C., artigiano piastrellista - tutta gente che sta bene, con un lavoro sicuro per marito e moglie, in banca, all’Enel, alle poste, a scuola. Loro non soffrono la crisi.

Ma io non posso dire che sono a favore dell’Alta velocità perché mi farebbero cattiva pubblicità sui loro blog». L’anonimato è d’obbligo a Susa, se non appartieni alla famiglia dei contestatori. Il clima è pesante. «Certi amici mi salutano a fatica - confessa un albergatore - altri mi raccontano che l’indottrinamento No Tav comincia nelle scuole dei figli. I turisti disertano: con l’autostrada chiusa ogni domenica per le manifestazioni, chi va in Francia passa sotto il Monte Bianco, strada più lunga ma sicura».

Ora il governo darà una mano ai Sì Tav: la bozza del decreto Sviluppo prevede che i terreni interessati ai lavori per la Torino-Lione diventino «aree di interesse strategico nazionale». Zone militari. Chiunque vi si introdurrà (come le migliaia di manifestanti di domenica) o impedirà l’accesso autorizzato alle aree sarà punito a norma dell’articolo 682 del Codice penale: arresto da tre mesi a un anno o ammenda fino a 309 euro. La norma intende «assicurare la realizzazione della linea ferroviaria» e «garantire il regolare svolgimento dei lavori». «È di straordinaria importanza - si legge nella bozza - rispettare i tempi indicati dalla Ue».