Ma i Coen appiattiscono quel western metafisico

I registi trasformano la storia esistenziale di McCarty in un thriller d’azione assai meno profondo

Se i quattro Oscar a Non è un paese per vecchi, il film dei fratelli Coen tratto dal romanzo omonimo di Corman McCarty, serviranno ad aumentare i lettori di quest’ultimo, diremo anche noi, come Emilio Cecchi alla notizia del Nobel per la letteratura a Salvatore Quasimodo: «A caval donato non si guarda in bocca»...
Ciò che infatti fa del lavoro dei Coen un grande film è la sceneggiatura, che conserva fedelmente i monologhi e i dialoghi del romanzo, punti di forza nello stile di McCarty, asciutti e pieni di tenerezza e/o disperazione. Ciò che però ne fa un film mancato è l'assenza di profondità. I fratelli Coen hanno letto il libro e si sono dati la pena di illustrarlo anche bene. Solo che non l’hanno capito... Lì dove sulla pagina scritta c’è un apologo sul bene e sul male, una riflessione metafisica sulla violenza, sullo schermo si assiste a un onesto thriller in cui gli ammazzamenti si susseguono senza sosta. C’è un killer psicopatico e uno sceriffo che non se la sente più di continuare il suo mestiere, ma la follia del primo rimane appunto follia, e il farsi da parte del secondo, nient’altro che stanchezza.
Al contrario, Non è un paese per vecchi racconta molto bene perché un uomo che ha speso la sua vita dalla parte della giustizia dica a un certo punto basta. «Da qualche parte là fuori c’è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos’è capace di fare. Non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l’ho sempre saputo che uno deve essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. E io sono sempre stato disposto. Non per vantarmene ma è così. Se non sei disposto a morire quelli lo capiscono. Lo vedono in un batter d’occhio. Credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo».
L’anima di Bell, l’eroe alla fine disarmato di questa storia, non è altro che una certa idea di civiltà, fatta di tradizioni, rispetto, valori. La si può difendere se è ancora sentita nella maggioranza come tale, altrimenti non ha più senso. «C’era una signora che continuava a parlare della destra che aveva fatto questo e quell’altro. Alla fine mi ha detto: non mi piace la direzione in cui sta andando questo paese. Voglio che mia nipote sia libera di abortire. E io le ho risposto guardi signora, secondo me non si deve preoccupare della direzione in cui va il paese. Per come la vedo io, non c’è il minimo dubbio che sua nipote potrà abortire. Anzi le dirò, non solo sarà libera di abortire, ma sarà libera anche di mandarla al creatore».
McCarty racconta quella che in altri tempi si sarebbe chiamata la perdita del centro, l’affannarsi sui diritti, tutti i diritti, ma non volere più doveri, l’arbitrio sociale che fa tutt’uno con l’arbitrio istituzionale, l’assenza di un destino sentito come comune e il moltiplicarsi di un nomadismo impazzito che fa destino a sé... Il tasso di violenza diviene sempre più insopportabile e gratuito via via che saltano quegli elementi comunitari che garantivano un codice valoriale e di comportamento, aumentano le distanze e la competitività schiaccia ogni idea di pietas e di rispetto. L’etica mercantile fa strame di ogni etica sociale e se niente ha più senso, tutto allora ha senso, persino un assassino che decide se uccidere o meno la vittima di turno semplicemente tirando in aria una moneta... È venuta meno quella che McCarty poeticamente chiama «una sorta di promessa dentro il cuore», quella che fa innalzare cattedrali e pensare al futuro anche quando tu sarai irrimediabilmente passato...
Naturalmente i Coen conoscono il mestiere. Sanno scegliere da dove prendere quelle idee che a loro mancano, sanno circondarsi di buoni attori. Gli manca il coraggio, o più semplicemente l’intelligente sensibilità, di fare quel passo in più. Interrogarsi, cercare di capire, prendere posizione. Rimangono in superficie, dove tutto è più semplice e più luccicante. È probabile che si siano anche divertiti a girare questo film, vista la fama di ironici scapestrati che li circonda. Il dramma è che dal romanzo di McCarty si esce con gli occhi umidi.