I colonnelli fanno fronte comune «Proviamo a fermare il leader»

Contatti tra Matteoli e Alemanno che vede anche Gasparri e La Russa. «Se Fini vuole governare contro il partito si dimetta e rifaccia il congresso»

Fabrizio de Feo

da Roma

Il giorno dopo l’azzeramento degli incarichi nel suo partito, Gianfranco Fini interpreta la parte dell’uomo sereno e in pace con la sua coscienza. Il presidente di An trascorre buona parte della mattinata alla Camera circondato dai suoi deputati. Abbronzato, elegante in un gessato grigio scuro piuttosto attillato, si mostra sereno, chiacchiera con tutti, soprattutto con Roberto Menia, il nuovo responsabile della Propaganda, e con Andrea Ronchi, il nuovo portavoce. E c’è anche Francesco Storace con il quale poco prima Fini aveva avuto un lungo colloquio. Sempre alla Camera si notano Nuccio Carrara, Guglielmo Rositani, Edmondo Cirielli, Publio Fiori. Passa anche Teodoro Buontempo, ma con lui Fini scambia solo un saluto. Poi, il leader di An si intrattiene con i suoi in vari capannelli e conversa con i cronisti nel cortile di Montecitorio. Ma quando si arriva a votare le pregiudiziali di costituzionalità alla riforma dell’ordinamento giudiziario, se ne va, uscendo da un ingresso laterale del Palazzo.
Il ministro degli Esteri è atteso a Londra. «È venuto a fare lo spavaldo - commenta un deputato di An - vuol far veder che non ha paura. Cosa ci ha detto? Che in questo suo repulisti del partito andrà avanti come un treno». Se le intenzioni di Fini, almeno a dar retta al parlamentare aennino, sono scolpite nel granito delle sicurezze, i «colonnelli» non hanno ancora pronta una strategia di risposta. Il clima viene definito «di attesa», segnato da consultazioni interne alle correnti e da contatti con gli avversari di un tempo. Tacciono Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa. Quest’ultimo, anzi, in Transatlantico stempera la tensione con una battuta: «Non rispondiamo a domande sul partito. Noi di An ne parliamo solo al bar...». Parla, ma senza esporsi, Gianni Alemanno. «Fini si è avvalso dei suoi poteri statutari, non c’è niente da dire» commenta il ministro. «Mi dispiace soltanto - aggiunge - per Alfredo Mantovano. L’unica scelta che non condivido è proprio il suo avvicendamento come coordinatore della Puglia perchè non ha demeritato in questo ruolo. Per il resto, attendiamo il progetto politico. Ci auguriamo che venga esplicitato nella direzione nazionale del prossimo 28 luglio». Un consenso alla scelta di Fini, seppure intinto nel curaro, arriva da Publio Fiori. «Periodicamente Fini fa piazza pulita. Tende a mangiare i propri i figli, o darli in pasto all’opinione pubblica quando le cose vanno male» dice il vicepresidente della Camera. «Comunque ha fatto bene a dare una lezione, essendosi sentito colpito sul piano personale».
Ma al di là dei silenzi e delle prudenti dichiarazioni ufficiali, parole più dirette vengono spese negli incontri e nelle telefonate tra i «colonnelli» che si susseguono in giornata. Un giro d’orizzonte per affilare le armi in vista della direzione nazionale e preparare una risposta politica comune alla linea dura finiana. In mattinata c’è un contatto tra Gianni Alemanno e Altero Matteoli. Nel primo pomeriggio, invece, va in scena un incontro a tre al ministero dell’Agricoltura tra Gianni Alemanno, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. Infine, al palazzo dei gruppi, si riunisce Destra protagonista, la corrente del capogruppo alla Camera e dell’ex ministro, coloro che più sono stati toccati dal colpo di spugna finiano. La sensazione di molti è che Fini abbia già «recuperato» Matteoli, uomo da sempre vicino al leader, come testimonia la nomina di parecchi dirigenti di Nuova alleanza. E che ora stia lavorando alla creazione di un’area comune in cui far confluire gli «scontenti» delle componenti. Una sorta di unica corrente di maggioranza finiana che potrebbe essere messa alla prova già nella prossima riunione della direzione nazionale.
Il rischio che la «riunione dei 100» di fine luglio - dove teoricamente Destra sociale e Destra protagonista raggiungono il 60% dei componenti - si trasformi in un bis dell’assemblea nazionale esiste eccome. «Fini è stato eletto da un congresso unitario. Se ora vuole governare a dispetto del partito dovrebbe dimettersi e rifare il congresso» suggerisce uno degli arrabbiati. A molti quella che viene definita come una «degenerazione cesarista, con tanto di nomina del suo cavallo a senatore» non va proprio giù. In particolare la nomina di Cristiana Muscardini a coordinatore lombardo viene vissuta come «uno sfregio» a Ignazio La Russa. E la sostituzione di Mantovano suscita preoccupazione perché equivale a una sconfessione del mondo cattolico. Pertanto ora nelle correnti si pensa alla contromossa e a come esorcizzare lo spettro dell’assegnazione delle candidature per il 2006 attraverso una replica del «metodo Fini». Sono, infatti, i neonominati coordinatori regionali che devono proporre le candidature (con la direzione nazionale che le approva). Un «dettaglio» non di poco conto che fa sentire sulla pelle di molti il pericolo di un’ulteriore manifestazione di solitario potere finiano. È quella la miccia da disinnescare. Il punto dove le correnti potrebbero incontrarsi per dettare un «alt» comune al loro leader.