I colossi dell’hi tech fanno i furbetti Tutti in fuga nei paradisi fiscali

Si erano trovati tutti intorno ad un tavolo giusto un anno fa: Steve Jobs di Apple (ripreso di spalle per non far trasparire l’avanzato della malattia che l’ha poi ucciso), Eric Schmidt di Google, Mark Zuckerberg di Facebook più altri big dell’economia duepuntozero. Tutti al tavolo per un brindisi con il presidente Barack Obama e l’intenzione di stringere un patto di ferro per rilanciare l’America nel mondo grazie ai soldi (molto) reali del mondo (sempre meno) virtuale. God bless America, insomma, e in questo caso da Jobs in giù gli dei dell’hi-tech avevano promesso ad Obama che ci avrebbero pensato loro. In fondo sono aziende che investono somme già ingenti nel sociale (l’ultimo assegno firmato da Bill Gates è da 750 milioni di dollari), dunque ecco la soluzione: per rimettere a posto i conti di Washington sarebbero bastati pochi clic. Una benedizione.
Siccome però a questo mondo c’è sempre qualcuno che non si fida, ecco che - a un anno di distanza - la Sec, ovvero l’ente che controlla le società quotate a Wall Street, ha presentato il conto. E quel brindisi ad Obama è andato di traverso, perché la richiesta di chiarimenti sui benefici di cui godono le aziende americane ha portato in chiaro un’attività assolutamente lecita ma - quantomeno - poco patriottica.
In pratica: le aziende hi-tech appartengono ormai al mondo? Ecco allora che il mondo può accogliere il loro denaro, soprattutto se da qualche parte il fisco è un po’ più benevolo. Nulla di sconveniente, in fondo, lo fanno in molti e perfino gli U2 sono finiti nel recente passato sulla graticola della musica per aver spostato tutti i loro affari in Olanda. Ma è per questo è ancora più curioso sapere adesso che è proprio l’Irlanda - la casa di Bono e amici - uno dei Paesi considerati Paradiso fiscale dai tech-big. Così - ha rivelato il quotidiano El Pais -, mentre Microsoft ha smistato un po’ di suoi affari tra Porotorico, Singapore e, appunto, Irlanda, Google ha fatto di Dublino e dintorni la sua capitale finanziaria, anche perché lì per gli stranieri vige un regime fiscale che è ancor più basso del 12,5% riconosciuto alle aziende locali. Eppoi, facendo ardite triangolazioni tra società controllate situate dai Caraibi all’Asia passando per l’Europa, risulta che colossi come Google abbiano finito per risparmiare qualcosa come 7 miliardi e mezzo di dollari pagando solo un’imposta del 3%, così come Microsoft paghi l’8% e Apple addirittura il 2,5%. Mentre Facebook, ormai prossima alla quotazione, soggiorna spesso alle Isole Cayman. E finanziariamente il tutto non fa una piega.
Il dibattito semmai è morale, ovvero se in tempi di crisi sia giusto che le aziende di cui sopra tolgano denaro al fisco del loro Paese per farsi gli affari propri. La risposta (loro) è che i soldi risparmiati diventano nuovi investimenti in tecnologia, e non avendo violato alcuna legge vale il motto business is business. Nato in America, appunto. Google, ad esempio, alla Sec ha risposto di avere un obbligo solo verso i suoi piccoli azionisti, cioè «quello di tenere una struttura fiscale efficiente», e qui il cerchio si chiude, così come il discorso. Perché alla fine, anche chi oggi condanna i big della tecnologia per la loro spregiudicatezza, non può fare a meno di essere d’accordo su una grande verità: al mondo, reale o virtuale che sia, vincono sempre i più furbi.