I colossi iberici in marcia e l’incognita fisco

Telefonica in procinto di diventare il socio di riferimento del primo gruppo delle tlc italiane. Il Banco Santander, da anni presente nella finanza dei salotti buoni di casa nostra (da Mediobanca a Generali), sconfitto nella corsa al Sanpaolo ma ora pronto a conquistare Antonveneta. Due successi pieni che hanno già fatto dimenticare il passo falso di Abertis, ormai lontano da Autostrade, e che riportano in primo piano il dinamismo dei grandi gruppi spagnoli.
La forza dei colossi del business iberico è merito spesso di visioni strategiche di ampio respiro e di strutture azionarie che hanno saputo coalizzare famiglie imprenditoriali e gruppi finanziari. Ma anche di un trattamento fiscale studiato ad hoc per favorire la crescita all’estero. Ora questo pilastro sembra però a rischio.
Il Financial Times di ieri ha anticipato che il commissario europea alla concorrenza Neelie Kroes ha deciso di aprire una procedura formale di infrazione contro la Spagna per la misura più controversa: la norma che consente alle aziende spagnole di «spalmare» fiscalmente in 20 anni il cosiddetto avviamento (la differenza tra il prezzo effettivamente pagato e il valore delle attività secondo quanto risulta dal bilancio) delle imprese acquisite all’estero.
Secondo i funzionari di Bruxelles il risparmio concesso non sarebbe altro che un illecito aiuto di stato. Una eventuale condanna di Madrid si tradurrebbe per i grandi gruppi in una mazzata di quelle che non si dimenticano visto che li costringerebbe a versare imposte non pagate per centinaia di milioni. In gioco ci sono cifre enormi: secondo il Financial Times l’avviamento denunciato dal Santander per la sua ultima grande acquisizione, quella della britannica Abbey, sarebbe di di circa 10 miliardi di euro. Quello evidenziato da Telefonica per l’acquisizione del gestore inglese O2 di 9.