I comici disoccupati

Il lettore risponda alla domanda: chi è il presidente del Consiglio? Chiedetelo a qualche Intelligente di sinistra, meglio se comico o moralista ben retribuito, e vi risponderà Silvio Berlusconi. Non lo dice ma lo spera, il piccolo esercito di professionisti dell'antiberlusconismo che sull'opposizione al Cavaliere ha costruito le proprie fortune. La satira italiana de tendenza funziona, è arcinoto, su una formula logica: o è antiberlusconiana o non è. Se il soggetto è (temporaneamente) assente, la recita non va in scena, si gira a vuoto.
A dicembre l'aveva ammesso candido candido Roberto Benigni: «Silvio ci manchi, soprattutto a noi comici. Io da quando ti hanno cacciato da Palazzo Chigi mi sono buttato su Dante. La Guzzanti su Ariosto. La verità è che noi comici siamo disoccupati». S'annoiano, lavorano poco, non possono più giocare alla minoranza tartassata contro la prepotenza mediatica e populista. Per di più, chi pensava che quella contro il Berluska fosse il remake di una guerra ulivista di liberazione s'è già ricreduto. Sentite questa di Daniele Luttazzi. Prima di Natale, quando gli hanno chiesto di un suo rientro in televisione, ha detto testuale: «Non credo sarà possibile perché la televisione non può più permettersi la satira vera, che per definizione è libera». Non c'è gusto a prendere in giro quelli per cui s'è fatta campagna elettorale. Non sta bene, non si fa, direbbe il Blasco. E allora? È meglio fingere che un anno fa le elezioni le abbia ancora vinte Berlusconi, andare avanti come se qualche golpe politico-mediatico avesse rimesso in sella il Cavaliere, come se Follini e Turigliatto fossero creature postprandiali di una cattiva coscienza e Pallaro il nuovo Tremaglia. Altrimenti non capiremmo come si fa a dedicare il momento clou della satira al festival nazionalpopolare di eccellenza non al governo ma al capo dell'opposizione. Succede solo in Italia, in questa Italia.
Teniamoci pure quest'altro record: lunedì sera, a Sanremo, il mattatore l'ha fatto Antonio Cornacchione negli stravisti e straconsumati panni del berlusconiano di ferro che strizza le palle a quell'altro lì, come si chiamava... ah sì, Romano Prodi. Quando verrà a noia la gag del «povero Silvio», a Cornacchione resterà solo di recitare il «povero me» davanti a qualche famiglio. Ma che ci volete fare, si sa, in questo gigantesco abbaglio l'Intelligente di sinistra è convinto che Berlusconi sia ancora al governo, e che per questo la vigilanza democratica deve continuare a vigilare. Altrimenti resta incomprensibile l'uscita di Shooting Silvio, il film «metafora» del leonkavallino Berardo Carboni (illustrato su questo giornale da Cinzia Romani) in cui Kurtz, il delirante protagonista, vuole uccidere un Berlusconi fonte del Male. «Nel film c'è il disagio verso il potere politico di Berlusconi» ha spiegato, ingenuotto dell'apocalissi, il regista: nessuno che si sia alzato per dirgli uè, Berardo caro, aggiorna il tuo calendario cerebrale all'11 aprile 2006, Berlusconi il potere non ce l'ha più, il caso clinico sei tu e non Kurtz. E invece ecco qui il giudizio di Repubblica su questo capolavoro di lucidità: «Surreale, bizzarro, provocatorio». Wow, sai che provocazione. Pensate se qualcuno avesse girato Shooting Romano: gli avrebbero applicato il decreto Mancino per discriminazione contro le minoranze.
In fondo, nel mondo virtuale dell'Intelligente di sinistra Prodi è o non è ancora il capo dell'opposizione? Poverino, come si fa a spernacchiarlo. Il vate del satiricamente corretto, l'intoccabile Benigni, a una Lectura Dantis è casualmente andato fuori tema per comunicarci che «Berlusconi si crede Gesù ed è affetto da una malattia, la sacra sindrome». Caro Roberto, ti sbagli, il virus ce l'hanno le vestali dell'antiberlusconismo. Si chiama «la sindrome di Cornacchione»: senza Berlusconi, c'è la cassa integrazione.