I commercialisti: decreto dannoso per i contribuenti

Serena Cipolla

da Milano

Sono 100mila e sono molto arrabbiati. Gestiscono gli interessi di cinque milioni di cittadini tra imprese e professionisti che alla fine dovranno mettere mano al portafoglio. Sono il popolo degli esperti contabili e dei dottori commercialisti, sul piede di guerra contro il governo dopo la rivolta di taxisti, avvocati, panificatori e farmacisti. I professionisti, preoccupati dalle disposizioni del governo sulla liberalizzazione delle professioni e sulle nuove misure fiscali, hanno mandato una lettera alle redazioni dei giornali e ai presidenti della commissione finanze di Camera e Senato Paolo Delmese e Giorgio Benvenuto. La missiva è firmata «un dottore commercialista, uno tra tanti». Quattro pagine di rimostranze dettagliate in cui si chiede, anzi «è più corretto dire che stiamo supplicando - si legge - vista la scarsa considerazione in cui sono tenute le nostre richieste, di poterci dedicare al nostro lavoro in modo sereno, con dignità e serietà». Il documento punta il dito su alcuni degli adempimenti che maggiormente preoccupano i commercialisti. Che dire del divieto di eseguire pagamenti in contanti per compensi che superano i 100 euro? Un danno per l’anziano o la persona che non ha un conto corrente e che dovrà pagare magari 105 euro per una otturazione. E poi, l’anticipazione delle scadenze fiscali rischia di creare un pericoloso ingorgo. Da ottobre, inoltre, i contribuenti hanno l’obbligo di inviare on line i pagamenti dei tributi. Così i cittadini dovranno necessariamente attrezzarsi o delegare il compito ai professionisti abilitati. Ed è quello che farà la maggior parte degli italiani. E ciò, si legge nella lettera «produrrà più danni negli studi meno strutturati soprattutto al Sud, dove il commercialista è il factotum dell’imprenditore. Queste innovazioni verranno pagate dai contribuenti». Ovvero, più lavoro uguale parcelle più alte. «Il decreto introduce una serie di vincoli, oneri e adempimenti - scrivono i commercialisti- che oltre a imbrigliare ulteriormente l’attività dei nostri studi, sviliscono il ruolo dei professionisti riducendoli a meri collaboratori a distanza della pubblica amministrazione». La conclusione è certa: «Abbiamo evitato di scendere in piazza in modo plateale - avvertono - tuttavia utilizzeremo tutti gli strumenti di lotta a disposizione per far sentire la nostra voce».