I comunisti al governo: «Informate la Nato che presto ci ritireremo»

Nella maggioranza la sinistra radicale torna ad alzare la voce per chiedere di lasciare subito Kabul. Il centrodestra difende la missione: «In Afghanistan partita decisiva contro il terrorismo»

Roberto Scafuri

da Roma

Un altro «doloroso tributo di sangue», lo definisce il presidente del Senato, Franco Marini. Operazioni «rischiose ma doverose», le aveva già definite il ministro della Difesa, Arturo Parisi. Cordoglio istituzionale, come l’altroieri da Napolitano e Bertinotti, che mira a rendere accettabile per la ragione ciò che il cuore rifiuta. La situazione in Afghanistan ormai non può più essere accantonata dal governo, però, e la «preoccupazione» comincia a dominare e spingersi anche oltre i confini della pattuglia pacifista. Ne parla il premier Romano Prodi a Palazzo Chigi, con il ministro Parisi e il Capo di Stato maggiore, ammiraglio Di Paola.
La situazione è gravissima a Kabul. Lo conferma la sottosegretaria agli Esteri, Patrizia Sentinelli, di Rifondazione, che è lì in missione ufficiale. E dall’Afghanistan chiede anche una «forte riflessione: c’è la necessità di valutare se l’intervento militare debba continuare», dichiara sollecitando un dibattito in Parlamento. Assicurare la sicurezza in quel martoriato Paese, nel quale «con il tempo la presenza militare assume l’aspetto di un’occupazione», spiega la Sentinelli, significa anche «garantire un livello economico, sanitario, di istruzione». Ma il ritiro delle nostre truppe agevolerebbe? «Quello che è sicuro - dirà il ministro Parisi, anche a Prodi - è che se la nostra presenza venisse meno, la situazione peggiorerebbe».
Nell’opposizione la concordanza è totale, in questo caso. «L’impegno internazionale è essenziale per evitare la regressione ai tempi dei talebani», dice il leader di An, Gianfranco Fini. E il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, è sicuro che in Afghanistan «si giochi una partita decisiva nella lotta al terrorismo islamico». Voci ferme sull’utilità della missione Isaf non mancano, però, anche nella maggioranza. Una è quella del sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, ds di rito dalemiano: «Non possiamo arrenderci di fronte all’attacco terroristico, e mentre piangiamo i morti e i feriti, non dobbiamo consentire che questi sacrifici siano stati vani. Per questo abbiamo il dovere di completare il lavoro per garantire all’Afghanistan un futuro democratico». L’aggravarsi della situazione viene però valutato dal segretario dei Ds, Piero Fassino, con «profonda preoccupazione». La sua nota si ferma qui, e non ribadisce per una volta la dolorosa necessità dell’impegno militare. Riflessioni cui sembrano fare eco quelle di Roberta Pinotti, presidente della commissione Difesa della Camera (anche lei ds): «Occorre un colpo d’ala, perché è chiaro a tutti che il solo intervento militare non basta». La vicecapogruppo dei deputati ulivisti, Marina Sereni, fassiniana di ferro, finisce così per ribadire il «no» al ritiro rimandando la spinosa questione a una riunione plenaria dell’Ulivo convocata per martedì prossimo. E si trincera dietro il monitoraggio della situazione afghana e al mandato parlamentare che imponeva al governo di ridiscutere la presenza a Kabul in sedi Nato e Onu.
Ma né il monitoraggio, né la ridiscussione in sede internazionale sono riusciti a imporsi nell’agenda politica. Circostanze che rendono inquieta la sinistra radicale e pacifista. Il Pdci arriva a chiedere al governo di «informare la Nato del nostro prossimo ritiro». «Via subito da Kabul» insiste Claudio Grassi, mentre un’interpellanza di Francesco Martone e Lidia Menapace chiede un’inversione di rotta e sottolinea come i militari italiani siano «diventati un obbiettivo per i talebani». Al segretario di Prc, Franco Giordano, tocca ribadire la posizione: «Quella in Afghanistan è stata una guerra sbagliata, noi proponiamo di investire in Medioriente per poter creare le condizioni di una pace duratura e disinvestire gradualmente in Afghanistan dal punto di vista militare, lasciando a Kabul solo la cooperazione civile». Giordano parla di «superamento» della missione, mentre di «accelerazione del cambio di strategia», parla il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio. «Valutiamo il ritiro o lo spostamento delle truppe in Libano, così che le autorità internazionali decidano finalmente un attacco serio contro i signori dell’oppio che finanziano i talebani». Segnale di accelerazione lo dà anche Angelo Bonelli, capogruppo verde: «Nella Finanziaria si discuta e si decida l’eliminazione del finanziamento alla missione già a partire dal secondo semestre 2007».