I comunisti russi in guerra contro l’ultimo Indiana Jones

La guerra fredda non è finita. Non per Indiana Jones, almeno. E neppure
per il Partito comunista russo. Il celebre archeologo interpretato sul
grande schermo da Harrison Ford ha fatto infuriare quello che resta del
defunto Pcus

Eugenio Buzzetti

La guerra fredda non è finita. Non per Indiana Jones, almeno. E neppure per il Partito comunista russo. Il celebre archeologo interpretato sul grande schermo da Harrison Ford ha fatto infuriare quello che resta del defunto Pcus, dopo l'uscita nelle sale di «Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo», quarto episodio della saga ideata da George Lucas e diretta da Steven Spielberg. «È soltanto becera propaganda antisovietica», hanno tuonato i membri del Partito comunista di San Pietroburgo. «Quello che ci indigna - sostiene Viktor Perov, membro del Partito - è che insieme con gli Stati Uniti abbiamo sconfitto Hitler e abbiamo sostenuto gli Usa dopo gli attentati dell'11 settembre, ma loro vanno avanti a spaventare i bambini con i comunisti. Sono senza pudore».
Insomma, la nuova avventura di Indiana Jones è un colpo basso per i nostalgici di San Pietroburgo. Al punto che questi ultimi invitano Harrison Ford e Cate Blanchett, protagonisti della pellicola, a non mettere piede in Russia. La trama del film nel mirino appare tutto sommato analoga ad altre avventure precedenti dell’archeologo più famoso del mondo: sospettato di essere una spia al soldo di Mosca, negli anni della «caccia alle streghe» anti-comunista del senatore McCarthy, Indiana Jones decide di trasferirsi a Londra in attesa di tempi migliori. Prima di partire, però, incontra un giovane che gli chiede aiuto: sua madre è stata rapita mentre si stava occupando della scomparsa del professor Oxley che le aveva lasciato una lettera indecifrabile. Solo Indiana Jones può capirne il messaggio. «Indy» si catapulta in Perù, alla ricerca del teschio di cristallo di Akator, oggetto del desiderio anche del Kgb, che ostacolerà il percorso al sessantacinquenne Ford. Il nemico di Indiana è una donna, Cate Blanchett, nei panni di Irina Spalko, spia del servizio segreto dell'Unione Sovietica, dipinta (ovviamente) come un essere senza scrupoli.
È bastato per suscitare la reazione del Partito comunista russo: bisogna ritirare la pellicola da tutte le sale del Paese, sostengono i comunisti di San Pietroburgo. «I ragazzi che vanno al cinema non sanno quello che accadeva nel 1957», dichiara Sergei Malinkovich, leader del partito. «E penseranno che a quell'epoca stessimo per intraprendere una guerra nucleare contro gli Stati Uniti». Per Malinkovich, il film è «spazzatura». A diciannove anni dall'ultimo episodio e a ventisette dall'esordio con I predatori dell'arca perduta, Indiana Jones solleva polemiche e torna fare discutere. A dir la verità non solo i comunisti russi. A protestare contro Harrison Ford sono stati infatti anche gli archeologici australiani. «In cerca di fortuna e gloria - dice Claire Smith dell'università di Newcastle - Jones ignora i trattati internazionali e tratta i resti umani come armi, distruggendo siti archeologici». Per la Smith, Indiana è un «incubo» per la professione: più attento al valore commerciale delle sue scoperte che alle informazioni che ne può ricevere, Indiana Jones diffonde un cattivo modello di archeologo. Anche se, infine, ammette che il personaggio interpretato da Harrison Ford ha contribuito a rendere eccitante un «pedante lavoro scientifico».