I comunisti tentano di scippare Califano

La festa nazionale del Pdci intitolata "Tutto il resto è noia" come il brano del cantautore che dice: "Mai interpellato. Un'offesa essere accostato a falce e martello"

Mica facile sentire Franco Califano così arrabbiato: «Essere accostato al simbolo della falce e martello mi avvilisce e mi offende». Riassunto. A Roma, zona San Paolo, venerdì è iniziata la Festa Nazionale della Cultura organizzata dai Comunisti Italiani di Diliberto. E anche stavolta la loro cultura dimostra di essere la solita grande chiesa che da Gianni Minà arriva ai Nomadi e poi stop, guai a spostarsi più in là. Anzi no, una novità c’è: il titolo. Presuntuosamente la festa lo ha fregato a una celebre canzone di Califano e quindi si chiama «Tutto il resto è noia». Piccolo particolare: Califano non lo sapeva. Califano non ha gradito perché, parole sue, è «ferocemente anticomunista». Califano è uno che la sinistra ha sempre ignorato o, peggio, preso in giro. Stavolta avrebbe potuto continuare a ignorarlo. Invece lo ha preso in giro.
Califfo dica la verità: qualcuno le avrà pure chiesto il permesso.
«Mai. Non ho sentito nessuno nemmeno per sbaglio. E dire che quello è un titolo composto, subito riconducibile a me. Non è una semplice parola o una frase di uso comune. È diventata di uso comune solo dopo la mia canzone, dopo che l’ho inventata io».
Nemmeno Veltroni l’ha chiamata?
«No, ma sarà arrabbiato pure lui. Se la festa dei Comunisti stabilisce che “tutto il resto è noia”, vuol dire che è noiosa anche l’estate romana voluta proprio dal sindaco. Vede? La sinistra è spaccata anche su questo».
Sbagliano anche a scegliere i titoli.
«Avrebbero potuto prendere una frase di Fidel Castro o di Marx o di Che Guevara o di chi piace a loro. Ma non una delle mie».
C’è Roma tappezzata con i manifesti della Festa «Tutto il resto è noia».
«Ho ricevuto tante telefonate di persone che mi chiedono: ma sei passato dall’altra parte? Sei diventato comunista? Macché. Non solo non sono passato con loro, ma non ho neanche preso una lira. Zero».
Però esce di casa e il titolo della sua canzone è spiaccicato su tutti i muri.
«E sotto c’è la falce e martello».
Per forza, è una festa comunista.
«Come artista non ho mai subito una mancanza di rispetto così. Se ce l’ho fatta a fare il mestiere che faccio, il merito è soltanto mio: non ho mai avuto santi protettori a sinistra. E se sei di sinistra, fai meno fatica. Questo è certo».
E adesso?
«Se mi gira, vado là e visito tutti gli stand».
Rischierebbe l’effetto Diliberto al Billionaire di Briatore.
«Sì, ma lui ha detto che là ci andrebbe solo imbottito di tritolo. Io queste cose non le dico nemmeno per scherzo. Andrei là per sentire che cosa mi rispondono: magari è la volta che mi danno una spiegazione. Oppure...».
Oppure?
«Potrei prendere la chitarra e suonare per strada».
Non esageri, lo può tranquillamente fare durante uno dei suoi concerti. Lei è uno dei profeti della romanità, chissà quanti spettacoli ha in programma a Roma.
«Qui ti volevo: neanche uno, zero assoluto».
Questa è bella. Nessuno è profeta in patria.
«In tutta l’estate ho più di quaranta concerti in giro per l’Italia ma nessuno qui. Non mi hanno voluto, punto e basta. Se i romani nei prossimi mesi vogliono sentirmi cantare, devono prendere la macchina e spostarsi».
Non c’era più spazio in cartellone.
«Per i soliti noti lo spazio c’è sempre».
I nomi.
«Li sapete tutti: Gino Paoli, i Nomadi, Roberto Vecchioni, insomma tutti i comunisti o i presunti tali che poi hanno la villa in Kenya o chissà dove alla faccia della coerenza».
Paolo Giordano