"I concerti benefici aiutano i poveri"

Dopo nove anni, a marzo, Bob Geldof canterà i brani nati dall'inconscio. E denuncia: "I politici non fanno nulla per i poveri". Venerdì suonerà in Italia: uno show con i suoi classici

Bob Geldof, l’inventore del Live Aid, proprio non poteva lasciar cadere la provocazione di Carlo Verdone sull’inutilità dei concerti benefici. «Iniziative promozionali di gente che fa un discorso e riparte sul suo jet privato», le ha definite il nostro regista. Geldof, che venerdì suona con la sua band al «Reggio Calabria Film Fest» e che il prossimo mese pubblicherà un nuovo cd a nove anni dall’ultimo album, non perde l’occasione per far valere le sue ragioni. «È disarmante sentire che una persona ricca non può aiutare i poveri, ma è lo specchio della nostra società, dove ricchi e poveri devono rimanere ben separati. Se hai dei soldi e li investi per aiutare chi ha bisogno, dov’è il problema?».

Potrebbe essere che così una rockstar si fa pubblicità.
«È una pubblicità ottenuta a prezzo di grande fatica. Quando organizzai il primo Live Aid ebbi un sacco di grane e critiche da tutti. È pesantissimo da gestire; ho viaggiato molto in Africa, parlato con le popolazioni, con i governanti, ho dato tutto me stesso».

E ne organizzerebbe un altro?
«No, basta. Per il dramma di Haiti ho dato un contributo a titolo personale. L’ultimo che ho organizzato ha raccolto molti soldi, ma poi tutto s’è fermato lì. Chi ci critica dovrebbe sapere che noi siamo artisti, non politici, e i politici se ne sono lavati le mani. Tutti i governi avevano promesso grandi aiuti all’Africa poi, al momento della verità, hanno dato meno soldi del previsto. Questo è il vero dramma, non la rockstar con l’aereo».

E ora torna al rock con un nuovo cd.
«Io sono uno che si annoia facilmente, cerco sempre nuove cose da fare, l’unica cosa che non mi ha mai stancato è la musica. Ma io la amo davvero, per questo ho aspettato nove anni per un nuovo cd».

Ce lo racconti.
«Ho scritto 31 canzoni, ma nell’album ne entreranno 12. Le altre le userò in concerto o in un successivo disco. Non posso descrivere la mia musica; questi brani sono dei flash che nascono dal mio inconscio. È come se spedissi delle cartoline a me stesso per capire chi sono e farlo capire agli altri. Comunque sarà un disco che unisce elettrico ed acustico, folk e rock con un tocco di elettronica».

Come mai al Film Fest di Reggio Calabria?
«Ho fatto anche l’attore. Alan Parker mi ha scelto come protagonista del film sui Pink Floyd The Wall che verrà proiettato venerdì, e alla sera suonerò con la band cucendo passato, presente e futuro».

A proposito di passato, lei è nato con i Boomtown Rats, cosa le ha lasciato quell’esperienza?
«Uno splendido ricordo. Eravamo ragazzini, non pensavamo e non capivamo cosa ci capitava attorno, ma eravamo fieri di far parte del movimento punk che ha dato una nuova svolta alla musica. Finito l’entusiasmo mi son dato a cose più serie. Ci siamo riuniti l’estate scorsa per la morte del nostro sassofonista Dave McHale, ma solo per una volta. Tornare insieme non avrebbe senso, ma è stato un capitolo bellissimo della mia vita».