I conservatori della Cgil

Se la centralità delle banche, come ricorda anche Mario Monti, è uno dei pilastri del dirigismo italiano, l’altro è il sindacato. Grande potere immobile che oggi ha il suo cuore nella Cgil: è nuovamente dominus della situazione e con una serie infinita di scioperi in questo maggio richiama il governo all’obbedienza. La partita più importante è quella delle pensioni: l’obiettivo delle confederazioni è far saltare la riforma Maroni, che rinviando ai 60 anni la possibilità di accedere alla pensione di anzianità ha compiuto l’operazione fondamentale di risanamento dei conti nazionali, rassicurando Bruxelles e consentendo oggi ai ministri del centrosinistra di fare la ruota del pavone.
È questo provvedimento che si vuole far (e, a occhio, si farà) saltare: e così per inseguire qualche decina di migliaia di lavoratori che da quattro anni sapevano di andare in pensione, che sanno come in tutta l’Europa l’età del ritiro stia scivolando verso i 67, che sono informati come l’età media stia superando i 77, per compiacere questa parte del Paese che ha un fondamentale potere, essere centrale nell’organizzazione della Cgil, ci si appresta a far spendere allo Stato miliardi di euro, che servirebbero per esempio a togliere l’Ici sulla prima casa, andando incontro ai problemi dell’82 per cento della popolazione.
I sindacati bloccano anche l’altra possibile riforma delle pensioni, la modifica dei «coefficienti» prevista dalla riforma Dini (cioè la diminuzione proporzionale - se l’età media della vita aumenta - del valore dei contributi accumulati). Nella non revisione dei coefficienti c’è una comprensibile cautela sociale. Nel 1996 l’accordo tra sindacati e governo Dini scaricò i costi della riforma sulle nuove generazioni, progettando di riequilibrare questa iniquità con l’uso a fini di previdenza integrativa dei tfr. Solo che adesso la gran parte dei tfr finisce per toppare i buchi di bilancio invece che per più eque pensioni ai giovani. Ecco perché la scelta del centrodestra di allungare i tempi per la pensione di anzianità oltre che razionale, è più equa. Ma non è accettata dallo strapotere sindacale, che peraltro si vergogna di colpire ancora le pensioni dei giovani. Di qui l’impasse e i futuri pasticci.
Quello delle pensioni è il terreno dove il conservatorismo sindacale farà più guasti. Ma non ne mancano altri ugualmente pericolosi. Eppure solo pochi anni fa, con la Maroni sulle pensioni, con la Biagi sulla flessibilità del lavoro, con il confronto sul rapporto tra contratti e produttività, si era aperto un dialogo con i settori più moderni del sindacato, della Cisl, della Uil. E persino della Cgil.
Molti errori sono stati fatti, a partire dalla Confindustria, però decisiva è stata la salita al potere di un centrosinistra senza spina dorsale, guidato dai settori più conservatori del suo blocco sociale. E la situazione peggiorerà. Metà del gruppo dirigente cigiellino si orienterà verso il partito democratico, l’altra metà verso Rifondazione & Mussi: la rivalità interna al più potente sindacato, s’intreccerà a quella tra le ali della maggioranza. E questo senza una leadership (tale non è certo quella del bollito Prodi) che faccia uscire il Paese dal pantano.
Lodovico Festa