I conti bipartisan

La redazione del nuovo documento di programmazione finanziaria sta mettendo sotto pressione il ministero dell'Economia stretto come si trova nella tenaglia di un deficit dei conti pubblici da correggere e di una economia reale da far ripartire. Una doppia morsa dalla quale non è facile fuggire anche se uscirne diventa essenziale per il futuro prossimo del Paese. Fa bene Siniscalco a verificare il profilo del Dpef con il commissario europeo Almunia anche se noi avremmo preferito che venisse anticipata la legge finanziaria per recuperare mesi importanti come quelli che ci sono davanti senza lasciare l'economia in balia di se stessa. Detto questo, però, è bene fare di necessità virtù e di cogliere la disponibilità della commissione europea per un rientro nel prossimo triennio, del deficit pubblico entro i limiti previsti dal patto di stabilità. L'eventuale tempo messo a disposizione dall'Europa, però, non può significare il rinvio dei necessari provvedimenti perché rischieremmo di essere sepolti sotto il crollo definitivo della nostra economia. Il dibattito di queste settimane ci ha detto in modo inequivocabile che quest'anno, se tutto va bene, il tasso di crescita sarà pari allo zero e che sempre in quest'anno una parte significativa dell'economia reale è entrata nel sommerso per poter continuare a competere. Due dati di fatto innegabili che dovrebbero spingerci a cercare la strada per uscire da questo avvitamento perverso di più sommerso e minore crescita. La giusta decisione di intervenire sull'Irap per rilanciare la competitività almeno sul versante dei prezzi carica la finanza pubblica di un onere di 6 miliardi di euro cui si aggiungeranno almeno altri 7 miliardi per correggere il deficit a legislazione vigente che ormai corre verso il 4%. Una correzione di 7 miliardi ci porterebbe ad un deficit intorno al 3,4%, livello più che accettabile in una curva di rientro pluriennale. Quel che preoccupa, però, è la mancata crescita che non può essere riattivata dalla sola riduzione parziale dell'Irap a partire dal 2006. È questo il nodo centrale della nostra politica economica perché senza crescita non si combatte il deficit annuale né si riduce il debito ma ci si avvita in un'altra spirale perversa. La stessa Unione europea ha visto aumentare i deficit di bilancio degli Stati membri negli ultimi due anni parallelamente alla riduzione della crescita media, a testimonianza che nessuna battaglia può essere vinta sul versante dei conti pubblici senza un significativo tasso di crescita dell'economia reale. Sin qui, dunque, un'analisi abbastanza semplice e largamente condivisa ma, come al solito, è sul che fare che mancano le idee o, quando ci sono, difficilmente vengono condivise. Tentiamo allora di procedere per gradi mettendo qualche altro punto fermo nell'analisi sulla nostra situazione economica. Abbiamo detto che servirebbero 13 miliardi di euro per la riduzione Irap e per ridurre di mezzo punto il deficit e ne occorrerebbero almeno altri 6-8 miliardi per finanziare lo sviluppo. Senza questi ultimi, infatti, difficilmente nel 2006 potremmo crescere del 2% e se ciò non avvenisse continueremmo ad affannarci per mettere altre pezze a colori sui ricorrenti deficit nei conti pubblici. Se questo è, allora, dovremo trovare 20 miliardi di euro o giù di lì per far quadrare il cerchio e rilanciare così una nuova politica espansiva. Nel bilancio pubblico è possibile trovare solo una piccola parte di queste risorse perché sul terreno della spesa corrente solo la sanità, le pensioni e i trasferimenti agli enti locali possono offrire un'occasione di risparmio socialmente tollerabile dal momento che le altre poste di parte corrente sono il pubblico impiego e gli interessi che non hanno più margini. Le condizioni politiche perché tutto ciò si possa fare alla vigilia di una campagna elettorale infuocata come quella che si prevede è il rilancio di una concertazione vera con le parti sociali, offrendo loro sviluppo e occupazione in cambio di sacrifici tollerabili, e un coinvolgimento delle regioni e degli enti locali nel rilancio dell'economia. Chi governa il 70% delle Regioni, delle Province e dei Comuni come il centro-sinistra pur essendo opposizione in Parlamento ha il dovere di concorrere al risanamento dei conti pubblici e alla ripresa economica con proposte concrete e praticabili. Insomma una sorta di «responsabilità nazionale» senza la quale saremmo tutti complici di un dissesto del Paese che scaricherà sui ceti più deboli i suoi costi maggiori.