I conti Citigroup danno la carica alle Borse

da Milano

Alan Greenspan, ex oracolo di Wall Street, mette tutti sull’avviso: «Se la crisi del credito continua anche nel 2009, la recessione potrebbe essere peggiore delle due precedenti». Il monito, tuttavia, è stato completamente ignorato ieri dalle Borse, protagoniste di rialzi robusti, quasi scaccia-crisi. È tempo di trimestrali, l’appuntamento clou per tastare il polso alla Corporate America e, in particolare, al settore finanziario, il più esposto al virus sub prime. E, rispetto alle fosche previsioni di alcune settimane fa, gli investitori non tremano.
Prendete Citigroup, per esempio. Ieri Citi ha annunciato svalutazioni per 12 miliardi di dollari, ma i ricavi, pur scesi drasticamente (meno 48%) a 13,2 miliardi, sono risultati ben superiori alle stime degli analisti. A rassicurare ulteriormente i mercati ha anche contribuito Google, i cui utili hanno preso il volo (più 30%). Le Borse si sono così mosse senza esitazioni al rialzo: in Europa, i progressi hanno oscillato dall’1,27% di Londra al 3,41% di Zurigo, con Milano in crescita dell’1,91%; a Wall Street, il Dow Jones è salito dell’1,83% e il Nasdaq del 2,61%.
Dal punto di vista tecnico, fanno notare gli analisti, è positivo il ridimensionamento della volatilità: in gennaio era attorno al 35% per l’indice S&PMib, ora staziona poco sopra il 20%. È un buon segnale, diffuso un po’ in tutti i mercati, che attende conferme. Gli indici sono tra l’altro a ridosso di alcune soglie di resistenza importanti, come quota 3800 per il DJ Eurostoxx o i 1380 punti dell’S&P500. Se venissero superate, la fase rialzista potrebbe allungarsi.
Inoltre, anche se solo il 20% delle società quotate sullo S&P500 ha sollevato il velo sui propri conti, le trimestrali uscite non sono state disastrose quanto si temeva. Alcune, come quelle di Ibm e Intel, sono anzi state ottime; altre (vedi JP Morgan), hanno rivelato una resistenza alla crisi sub prime insospettabile. La sensazione dei mercati è che le banche abbiano provveduto a ripulire i bilanci, scegliendo - se necessario - di ricapitalizzarsi e di tagliare personale per ridurre i costi. Proprio ieri, Citigroup ha fatto sapere di voler ridurre gli organici di altre 9mila unità, dopo aver già preventivato l’eliminazione di 4.200 posti. Il problema, semmai, è che i livelli di redditività dello scorso anno non si rivedranno ancora per lungo tempo.
La debolezza del dollaro sta nel frattempo spingendo i ricavi dei gruppi più attivi oltre i confini degli States. Il 51% del fatturato di Google è realizzato fuori dagli Usa; CocaCola è cresciuta nel primo trimestre grazie al mercato latino-americano; e anche Ibm sta sfruttando i mercati emergenti per rafforzare i bilanci. Inoltre, il caro-petrolio (ieri ennesimo record del Wti a 117 dollari il barile) sta tirando la volata ai titoli energetici.
Argomenti per tenere accesa la fiammella rialzista dunque non mancano. Sullo sfondo restano però tutti gli interrogativi legati alla forte decelerazione della crescita globale. Nel secondo trimestre l’America potrebbe registrare uno sviluppo negativo, come peraltro prospettato dalla stessa Fed. A maggio saranno distribuiti gli oltre 160 miliardi di dollari del pacchetto di aiuti voluto da Bush, ma molte famiglie useranno questi fondi per ripianare i debiti, non per far shopping. Quanto all’Europa, il ciclo è debole e l’inflazione erode il potere d’acquisto. Insomma, sulle possibilità di un rally duraturo delle Borse è meglio restare cauti.