I conti del Comune sbandano in autostrada

Diego Pistacchi

Svendita, saldi. Sono quelli che fa il Comune di Genova quando c’è da liberarsi dei gioielli di famiglia. Era accaduto con le dighe, proprietà un tempo di tutti i genovesi, accade regolarmente con palazzi e ville storiche. È accaduto con le autostrade. Sì, perché il Comune di Genova era proprietario di un pezzettino della Milano-Serravalle, come altri enti pubblici. E Tursi, subito dopo la Provincia di Genova, è stato tra i primi a liberarsi di quelle azioni che, ovviamente hanno quadruplicato il loro valore non appena sono finite in altre mani.
È fresca la polemica che ha investito Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, reo di aver acquistato da un privato il 15 per cento della «Serravalle» a un prezzo superiore di oltre il 60 per cento rispetto a quello che era stato valutato dai suoi stessi banchieri di fiducia. Ma anche a Genova le operazione di compravendita titoli non sembrano essere state fatte da strateghi della Borsa. Anche se forse in qualche caso bastava un pizzico di attenzione e, senza essere degli specialisti di Piazza Affari, qualcosa in più nelle casse pubbliche sarebbe certamente arrivato.
A cancellare dall’elenco delle proprietà di Tursi la Milano-Serravalle ci pensa una delibera di giunta del 20 febbraio 2003. Che il consiglio comunale ratifica senza battere ciglio qualche giorno dopo, il 4 marzo. In buona sostanza si era già deciso di «conferire» all’Amga 11.014.875 azione della società per rispettare l’aumento di capitale a carico del Comune. In pratica Tursi trasferisce ad Amga le quote per renderla più forte. La delibera del marzo 2003 serve solo ad «aggiustare» il tiro, visto che il Comune sceglie di dare 1.000 azioni in meno per restare titolare di una quota superminoritaria che consente comunque all’ente pubblico di esprimere un consigliere di amministrazione nella Serravalle.
Il problema vero sta però nella quantificazione del valore di quelle quote. Nel 2000 era stata affidata una perizia a un esperto del tribunale. Il dottor Fulvio Rosina, aveva stimato in 24 milioni di euro e «spiccioli» il valore delle azioni. Lo aveva fatto, naturalmente, usando il bilancio 2000, il preconsuntivo 2001, le stime revisionate 2003 e 2004. Non poteva certo conoscere o prevedere il valore della «Serravalle» tre anni dopo. Ma nessuno in Comune si è preoccupato di chiedersi se, tre anni dopo, nel marzo 2003 un’azione dell’autostrada non valesse più circa 2.18 euro, ma magari avesse registrato qualche impennata.
Così l’Amga ha incassato le sue 11.013.875 azioni, ha ringraziato e cosa ha fatto? Si è comportata da perfetto soggetto privato (solo al 51 per cento è del Comune). Si è affacciata sul mercato e nel luglio successivo ha rivenduto tutto all’imprenditore Marcellino Gavio, che le azioni le ha pagate 2.98 euro l’una. Amga ha guadagnato, o forse il Comune ha perso, il 36 per cento in quattro mesi. Solo un colpo di fortuna? Difficile sostenerlo per palazzo Tursi, visto che nel marzo 2003, proprio mentre la maggioranza di Giuseppe Pericu dava il via libera all’operazione da 2.18 euro ad azione, la Camera di Commercio di Como vendeva le sue quote a un prezzo di 2.91 euro l’una. Stessa cifra pagata da Gavio anche nel giugno successivo alla Provincia di Lecco. Il prezzo era quindi diverso da quello stimato dal Comune di Genova, che ha in buona sostanza fatto un gran regalo all’Amga, che non ha voluto perdere tempo e ha subito monetizzato.
Lasciamo perdere la considerazione che nel luglio 2005 la Provincia di Milano ha comprato a 8.83 euro, in ottobre il Comune di Como e la Provincia di Pavia hanno venduto rispettivamente a 6.06 e 7.05. Se Amga o il Comune avessero tenuto le azioni nell’interesse dei cittadini avrebbero potuto fare come l’Autorità Portuale di Genova che, solo nel febbraio scorso, aveva comunque venduto a 4.85. Eppure quella delibera del 4 marzo 2003 raccolse 24 voti favorevoli in consiglio comunale, e solo sei astensioni, quelle dell’opposizione. Nessuno votò contro. «All’epoca non riuscivamo a capire la filosofia di questa operazione voluta dalla maggioranza - spiega Giuseppe Murolo di An, uno degli astenuti -. Qualcosa di più chiaro ci è parso già di capire quando Amga ha subito rivenduto quelle azioni facendo una semplice operazione finanziaria, una speculazione. Oggi è di tutta evidenza che non si è certo fatto quel doppio passaggio di quote nell’interesse dei cittadini».
Anche perché il Comune, passando ad Amga le azioni, non ha comunque dato nuova linfa a una sua società interamente partecipata, ma il 49 per cento del guadagno è andato a privati. «Tra l’altro la perizia del dottor Rosina, di fronte alla quale non potevamo certo eccepire qualcosa - osserva ancora Murolo - poneva l’accento sul capitale economico dell’impresa, ma non sul valore strategico di avere il controllo su un’infrastruttura del genere». Un altro pezzo del patrimonio dei genovesi, di tutti i genovesi, è stato svenduto.