Ma i conti di Prodi non tornano

Arturo Gismondi

Il fine settimana appena trascorso ha lasciato il segno. Il corteo dei commercianti a Milano, e ancor più l’assemblea di Confindustria a Vicenza hanno mandato in pezzi l’immagine di una campagna elettorale ipocrita e mistificatoria che voleva raccogliere, sotto gli eterogenei simboli dell’Unione, da una parte i ceti imprenditoriali guidati dal vessillo del Corriere e dall’altra le posizioni di un sindacato immobilista e retrivo al punto di riproporre la scala mobile. Abbiamo visto come è andata a finire, e la lezione è stata chiara per chiunque voglia capire. A dissolvere una suprema ipocrisia hanno provveduto Prodi e Fassino, ritirandosi all’ultimo momento dal corteo di Milano per paura di qualche fischio. Quell’ipocrisia che consente a taluni leader del centrosinistra di separare le loro responsabilità di fronte ai violenti che sono i figli politici di una sinistra che ha predicato e continua a predicare la rivolta in nome di una rivoluzione che ha prodotto miseria, illibertà, e manicomi criminali, o lager, per gli oppositori. In nome di questa ipocrisia non valeva la pena di prendersi qualche fischio, e questa è la moralità di politici da batteria venuti su nelle burocrazie di partito, o di aziende di Stato.
Ancora più severa, per gli autentici «furbetti del quartierino», o del salottino, la lezione di Vicenza. È bastato che Berlusconi occupasse il centro della scena e rivolgesse alla platea degli imprenditori un paio di semplici domande per provocare quello che è avvenuto: la rivolta della base degli imprenditori del Nordest dinanzi a una mistificazione sulla quale si tenta di costruire la campagna di Prodi. Ha chiesto Berlusconi: ma come è possibile che Prodi vada ad applaudire il programma della Cgil e poi venga qui a dire che è d’accordo anche con voi? Qui c’è qualcosa che non torna. E poi, seconda domanda: ma come è possibile che i grandi giornali (dei quali tutti conoscono la proprietà, ndr) attacchino il governo in carica per poi sostenere la sinistra? Anche qui c’è qualcosa che non torna. È a questo punto che il teatrino messo in piedi sapientemente dal gruppo dirigente della Confindustria è venuto giù come un muro di cartone dinanzi a un soffio di vento. Chi c’è stato, e chi lo ha visto in Tv, lo ha spiegato così: la prima fila ove si erano accomodati gli esponenti del vertice confindustriale, al centro Della Valle, è rimasta di gelo, il resto della platea ha accolto con standing ovation e grida di consenso il ragionamento di Berlusconi, che sarà stato pure irrituale ma che coglieva ciò che tanti imprenditori hanno nel cuore e nella loro coscienza.Il gelo della prima fila si può capire. Il vertice della Confindustria, assai più attento in verità nelle sue strategie delle quali ci ha parlato Maurizio Belpietro alle vicende finanziarie e bancarie che non a quelle industriali, ha motivi di gratitudine nei confronti dei passati governi della sinistra. Le privatizzazioni fatte nel quinquennio prodian-dalemiano si sono limitate a mettere in mani amiche ciò che era dello Stato, altro che liberalizzazioni. E gli stessi ambienti sperano che nel prossimo futuro la sinistra, per mettere a posto i conti, quelli dello Stato e non solo, si appresti a mettere le mani del fisco in tasca alla vasta platea dei cedi medi produttivi, e dei risparmiatori come è reso chiaro dal proposito - il primo ad essere reso noto - del ripristino della gabella sulla successione a partire da un livello di ricchezza pari al costo di un modesto appartamento in città, o di una casa di vacanze, non certo a Cortina o in Sardegna.
Domenica mancava dalle edicole il Corriere, ed è toccato a una valorosa e volonterosa collega di quel giornale spiegare il gelo che ha attraversato la ormai famosa prima fila del teatro di Vicenza. L’ha spiegata così: è il frutto della delusione perché Berlusconi non ha attuato la «rivoluzione liberale» che ci si aspettava. Le regole della conferenza stampa radiofonica non hanno consentito all’ascoltatore di fare una obiezione che facciamo noi in sua voce: ma perché, la rivoluzione liberale la faranno Bertinotti, Diliberto, Epifani, D’Alema? E Prodi che deve affidarsi, in Parlamento e nel Paese, ai loro voti e al loro sostegno? È un altro conto, questo, che non torna.
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