I conti in rosso (in libreria) del comunismo

Berti (Il Mulino): «Succede anche in letteratura, Guareschi ha più lettori di Vittorini»

Joseph Dzugashvili detto Stalin, nato nel 1879 e morto nel 1953. Chi era costui? La domanda manzoniana è solo per far seguito al problema posto ieri sul Giornale da Giordano Bruno Guerri: nel cinquantenario dell’invasione dell’Ungheria, del XX Congresso del Pcus e delle rivelazioni sui crimini staliniani - che aprirono una crisi profonda nei partiti comunisti, incluso quello italiano - a cinquant’anni da tutto questo, la presenza nelle librerie italiane di saggi sul comunismo sovietico, sulla repressione interna, sui suoi rapporti con i partiti “fratelli” e sui paesi del Patto di Varsavia è piuttosto scarsa, anzi molto scarsa. Soprattutto se la si confronta all’autentica alluvione di studi, saggi, ricerche, memorie, biografie sul fascismo e sul nazismo.
Come mai? Tesi di Guerri: è la conseguenza della vera e propria rete occulta creata negli anni in Italia dal Pci tra informazione e mondo della cultura. In soldoni: se del comunismo ancora adesso non si può parlar male, meglio tacere. Cioè, meglio non pubblicare libri.
E gli editori che spiegazione danno del silenzio stampa? Opportunità politica, pregiudizio ideologico, disinteresse? O semplicemente si tratta di libri che non vendono? Luigi Brioschi, potente direttore editoriale della Longanesi nega l’aspetto ideologico: «Mi sento di escludere qualsiasi censura o autocensura da parte dell’editoria italiana. E poi quella di Guerri è più che altro un’impressione colta curiosando in libreria, non un’indagine editoriale. Magari fra qualche mese gli scaffali si riempiono».
Gli fa eco la casa editrice di storia per eccellenza, Il Mulino, per bocca del suo editor Ugo Berti che rimanda la palla: «Mi dica Guerri: parlando di narrativa, il libro di maggior successo del dopoguerra italiano è stato forse Uomini e no di Vittorini o non piuttosto Don Camillo di Guareschi? Perché una cosa è l’innegabile predominio della sinistra nel mondo culturale ed editoriale di quegli anni, un’altra è il successo decretato dal pubblico».
Purché il libro al pubblico arrivi. Perché se è vero che Il Mulino ha recentemente ripubblicato i quattro volumi dell’autobiografia di Arthur Koestler («Autore demonizzato? - si domanda Berti - Ma Buio a mezzogiorno è stato pubblicato nella Medusa di Mondadori nel 1946 e da allora è sempre in catalogo») è altrettanto vero che Centomila gavette di ghiaccio di Bedeschi girò invano diciotto editori prima di fare la fortuna della Mursia. Un certo contesto egemonico è evidente. Ancora Berti: «Le rispondo che Diciassette colpi (Longanesi), l’autobiografia di Amerigo Dumini, il responsabile dell’aggressione mortale a Giacomo Matteotti nel 1924, è stato un bel successo: non mi pare quindi che si possa parlare di censura».
Certamente no. Ma questo conferma che tutto quanto riguarda la storia in camicia nera (e più recentemente in camicia bruna) piace immensamente al pubblico. E, trainati da questo interesse, gli editori pubblicano a valanga. Lo conferma Antonio Riccardi, direttore editoriale Mondadori: «Fra una biografia di Hitler e una di Stalin, egualmente serie e documentate, la prima vende sei-sette volte più della seconda. Non possiamo farci niente. Il nazismo, e ancora di più il fascismo, sono parte della nostra storia, passione condivisa sia nel pro che nel contro, la Russia sovietica è lontana. Voglio però ricordare che la Mondadori è stata l’editrice di Solgenicyn nel 1974 con Arcipelago Gulag e ha pubblicato nel 1998 Il libro nero del comunismo: 200.000 copie vendute. E la prossima settimana sarà in libreria Il libro nero del comunismo europeo a cura degli stessi autori».
La questione va allora rivista: sul versante “nero” vende tutto, il bello e il brutto, lo studio serio e il libro di gossip; su quello “rosso”, il successo di un libro-pamphlet non è bissato dai saggi (meno appassionanti) di indagine storica e riflessione critica. Afferma Oliviero Pontedipino, direttore editoriale Garzanti: «Abbiamo avuto un buon successo con il saggio Hitler e Stalin di Alan Bullock, ma non so se per merito di Stalin o piuttosto di Hitler. Pubblichiamo troppo “nero”? Per forza, noi siamo gli editori di Joachim Fest».
Andrea Romano, responsabile della saggistica Einaudi e lui stesso studioso dell’Unione Sovietica: «Penso che il pubblico si aspetti un po’ dei “libri-scandalo”, cioè forti, accusatori. Fra un mese l’Einaudi sarà in libreria con il saggio di Oleg Chlevnjuk Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al grande terrore, che ritengo una Bibbia sulla persecuzione che causò milioni di morti, scritta dal migliore storico della Russia post-sovietica. Vedremo la risposta del pubblico».
Giusto, il pubblico. Tutti gli editori, punti sul vivo, sciorinano la propria produzione sul comunismo. «Dichiara Paolo Zaninoni, direttore editoriale Rizzoli: «Nel 2005 siamo usciti con il secondo volume dell’Archivio Mitrokhin che riguarda l’azione del Kgb in Europa. L’Ungheria? A maggio saremo in libreria con Budapest 1956 di Victor Sebestyen.
Ma il pubblico? Per la Carocci il problema è piuttosto di autori. «Sul versante del comunismo - è il parere del responsabile della saggistica Giancarlo Brioschi - i buoni autori scarseggiano. Noi non abbiamo certo pregiudiziali ideologiche ma non ci sono capitati di recente manoscritti realmente interessanti. È anche un problema di traduzioni. Il settanta per cento della saggistica è tradotta dall’inglese, il resto è diviso tra la Francia e la Germania. Altri Paesi, tra cui la Russia, hanno poca speranza di essere tradotti. L’Europa dell’est è in grande espansione ma si tratta di un mercato che importa piuttosto che esportare».
Il problema ha anche un altro aspetto, secondo Fiorenza Mursia, la cui casa editrice nella collana «Testimonianze» pubblica non meno di quaranta titoli l’anno sul periodo che va dalla prima alla seconda guerra mondiale: «Se sul comunismo sono scarsi gli studi seri, è perché mancano le fonti. Mi spiego: quando De Felice cominciò a uscire con i suoi studi sul fascismo (che, voglio ricordare, suscitarono dure reazioni “ideologiche”) egli, come gli storici che poi seguirono, ebbe accesso alle fonti, dagli archivi privati agli archivi di Stato. Sul fronte comunista, gli archivi sono stati sbarrati fino agli anni Novanta e anche adesso non sono sempre accessibili, senza dimenticare che molti sono stati “purgati”. Stiamo per pubblicare un libro sul processo D’Onofrio. Edoardo D’Onofrio, collaboratore stretto di Togliatti, nel 1949 trascinò in tribunale i reduci che accusavano i dirigenti comunisti italiani di complicità con i sovietici che avevano sterminato i nostri prigionieri di guerra. L’archivio D’Onofrio è all’Istituto Gramsci ma il nostro autore, Alessandro Frigerio, non ha potuto consultarlo».
E comunque un De Felice sul fronte del comunismo ancora deve nascere, fonti o non fonti. «Il problema - dice Giovanni Carletti, editor di storia per la Carocci - per le case editrici minori è certamente tecnico e finanziario. Non è semplice fare indagini in Russia. E comunque, almeno per quanto riguarda i nostri lettori, si è notato un calo di interesse dopo il crollo sovietico del 1989, mentre sta salendo, ad esempio, per il Medio oriente e i conflitti religiosi».
Mentre gli Editori Laterza presentano il libro di Elena Dundovich e Francesca Gori Italiani nei lager di Stalin, la Carocci propone la biografia di Enrico Berlinguer di Francesco Barbagallo, forse l’ultimo leader comunista a destare interesse a cui si affianca Berlinguer e la fine del comunismo (Einaudi) di Silvio Pons, direttore dell’Istituto Gramsci.
Ma non c’è da illudersi. Nella pur grande richiesta di libri di storia espressa dal pubblico italiano, pochi gareggiano con «il corpo del Duce» per citare il titolo del fortunato libro di Sergio Luzzatto, emblema di una «realtà tragico-romanzesca - conclude Andrea Romano - che prescinde da qualsiasi giudizio politico».