I conti sbagliati dei signori dei conti

Spiace di dover togliere agli italiani l’illusione - una delle poche superstiti - che nel marasma della pubblica amministrazione almeno l’Istat, forte dei suoi dati e delle sue percentuali, si distinguesse per serietà e attendibilità. L’Istat dava e dà ai cittadini molte preziose informazioni. Ieri abbiamo saputo, ad esempio, che gli italiani hanno la sensazione di vivere in un periodo di vacche magre, che detestano le difficoltà di parcheggio, che amano il cinema e che sono abituati alla Tv. Non per vantarmi, ma queste cose le avevo immaginate anche da solo. Saperle corroborate da un complesso e costoso apparato burocratico infonde comunque sicurezza.
Ahimè, l’Istat si rivela carente proprio nella sua specialità, i conti. Il Tempo ha riferito ampiamente di un’accusa grave mossa dalla procura della Corte dei conti del Lazio ai vertici dell’Istituto di statistica. I quali avrebbero trasgredito una legge del 1989 dedicata proprio all’Istat, e all’obbligo che le amministrazioni pubbliche e private hanno di rispondere ai questionari loro inviati. Chi non risponde è soggetto a una multa, a volte molto salata. Ma le sanzioni inflitte non sono state mai pagate, e l’Istat non si sarebbe curato di procedere contro i debitori, fossero essi enti o individui. La Procura ha puntigliosamente calcolato l’importo del non riscosso: dal 2002 al 2006 191 milioni di euro. Di essi dovrebbero farsi carico di tasca loro i dirigenti dell’Istituto. Una vera stangata - 95 milioni di euro - per il presidente Luigi Biggeri, cifre minori - ma sempre nell’ordine dei milioni di euro - per altri.
Abbiamo così un organo dello Stato - la Corte dei conti - che imputa ad un altro organo dello Stato - l’Istat - di non avere fatto il suo dovere: consistente - per la maggioranza dei casi - nell’incasso di multe dovute da enti pubblici, come al solito negligenti e inadempienti. Lo sfascio amministrativo ora affiorato non è una peculiarità dell’Istat. Se valutate con analogo rigore, forse o senza forse molte gestioni pubbliche risulterebbero colpevoli. Forse la stessa Corte dei conti, quando si frugasse nei suoi bilanci e nelle indennità che vi circolano, dovrebbe rispondere a qualche domanda scomoda.
Povero Biggeri: rovinato e tanti con lui, verrà da pensare. Capro espiatorio d’un lassismo che nei palazzi della burocrazia è praticato alla grande. Ma il compianto è a mio avviso prematuro. Per diffidente prudenza non credo troppo né ai megasequestri di beni mafiosi né alle immani multe inflitte a negozianti responsabili di non aver rilasciato il dovuto scontrino d’una vendita. Il megasequestro scade di solito a minisequestro, l’immane multa assume dimensioni da bonsai. Il presidente Biggeri dirà che così fan tutti, che il lavoro di riscossione sarebbe costato più delle somme incassate, che la legge del 1989 era nella sostanza inapplicabile. Magari avrà anche ragione.
Ma l’Istat ne esce male sia per la capacità di farsi pagare, sia per la capacità di diagnosticare lo stato del Paese. L’importo delle multe non pagate attesta che tantissimi non hanno compilato i questionari, quasi la metà delle imprese ha lasciato inevasa la richiesta dell’Istat. A quel punto, che valore hanno le conclusioni concernenti le aziende? Non è che la documentazione serva molto agli economisti, del tutto inadatti a prevedere il futuro e poco bravi anche nel prevedere il passato. Ma insomma nell’Istat avevamo una fiducia che questa inchiesta fa vacillare.