I CONTROLLI RISPARMIATI

Due giorni fa, a Bologna, è stato fischiato il vicepresidente del Consiglio Giulio Tremonti. Nulla a confronto dei fischi che si beccò l'allora ministro dell'Economia. Sempre di Giulio Tremonti si trattava. Allora «osò» proporre una riforma complessiva delle leggi sul credito, Banca d'Italia compresa.
Aveva ragione da vendere. Disse che troppe cose non funzionavano e non avevano funzionato: in particolare i controlli. Gli italiani erano ancora scioccati dagli scandali Parmalat e Cirio. Si gridò allo scandalo. Tra l'autunno del 2003 e per i primi sei mesi del 2004 sembrò che vacillasse la tenuta del Paese. Dentro il centrodestra (con alcune eccezioni tra le quali quella di Bruno Tabacci) come nel centrosinistra ci fu l'inferno contro Tremonti. Per il centrosinistra non sono affari nostri ma per il centrodestra che errore. Madornale. Lo possiamo scrivere ora perché lo scrivemmo allora.
Tutti i soloni che oggi invocano il mandato a termine per il Governatore, la sua rimozione e tante altre belle cose, furono colti da afasia. Non era ancora chiaro se si potesse sparare a vista su Banca e Governatore. Meglio attendere la scivolata e dare, allora, la spintina letale. Il 31 maggio 2004, dopo la relazione del Governatore, ci fu anche un intervento del più algido presidente di banca, vivente, al mondo, il professor Giovanni Bazoli. Banca Intesa. Si scagliò contro il Governo che stava attentando, a suo dire, anzi proferire, con il suo disegno di legge, alla indipendenza dell'Istituzione. Il Sole24ore pubblicò, a firma dell'allora direttore, Guido Gentili, un editoriale che si intitolava Il vigilante atipico. Gli costò caro. Antonio D'Amato, l'allora presidente di Confindustria scadde. Gentili lo fecero scadere. Poco dopo.
Arrivò l'era del fare squadra. Naturalmente anche tra banche e imprese. Tutti insieme, appassionatamente. Poi arrivò il 2 luglio e Tremonti fu fatto fuori. Non capimmo allora e non capiamo ora. Ci avessero detto il perché. Mancanza di collegialità e questioni caratterologiche. Intanto la Banca d'Italia e il sistema del credito potevano aspettare. Ora, a sostenere la necessità di rivedere tutto, non manca più nessuno. Tra chi attacca Fazio e chi vuol salvare l'autorevolezza della Banca ci manca che si pronunci qualche presule e poi abbiamo fatto l'en plein. I Ds, poi, brillano per una varietà di sfumature da fare invidia ad un arcobaleno. Converrà o no attaccare Fazio & Co? C'è tempo, non si diano fretta, aspettiamo sereni il vaticinio.
Mettiamo che a noi non ci interessi nulla di Antonio Fazio. Mettiamo anche che non condividiamo una virgola di come sia stata condotta la vicenda giudiziaria. E mettiamo, infine, che ci interessi moltissimo dei risparmiatori fregati da Parmalat e Cirio. La breve cronistoria dimostrerebbe che, di quest'ultimi se ne sono occupati poco in pochi. Chi doveva difendere qualcosa e chi doveva difendere qualcos'altro, per la signora Maria o il signor Mario non c'è verso di farsi ascoltare. Ci risulta, però, che abbiano tolto loro i soldi ma non il voto. Né a loro, né ai loro familiari, né a tutti quelli che hanno provato un senso di schifo per le vicende finanziarie, anche se non sono stati coinvolti prima persona. E, a occhio e croce, dovrebbero essere la maggioranza degli italiani.
Ieri il Governo ha riaperto il dossier. Il ministro attuale dell'Economia, Domenico Siniscalco si è detto preoccupato per la credibilità dell'Italia sui mercati. Sacrosanto. Se noi fossimo nel Governo e nei partiti che lo sostengono, ci preoccuperemmo della credibilità di se stessi presso gli elettori. C'è una bella occasione per riattivarla. Sarebbe il caso, come si dice, di coglierla al volo.