I convertiti dell’Unione

C’era una volta la sinistra dura e pura. È durata quattro anni ed è stata tenuta insieme solo dall'ossessione di abrogare tutto ciò che evoca i nomi di Silvio Berlusconi, di George W. Bush, di Ariel Sharon e, da ultimo, del cardinal Camillo Ruini. Ora sta svanendo nel conto alla rovescia per il voto del 2006, svuotata da un'ondata infinita di conversioni. Può non sorprendere il fatto che Rosy Bindi e Livia Turco propongano l'assegno alle madri che decidono di non interrompere la gravidanza, ma è innegabile che questa idea - mutuata dal lontano welfare di Roosevelt - segni la rottura con una visione della 194 intesa soltanto come un «diritto civile» e come una contrapposizione alle visioni dominanti nel centrodestra. Basta ricordare il ritornello della propaganda per il «sì» all'ultimo referendum sulla procreazione assistita, in cui venne evocata una minaccia alla legge sull'aborto. Può perfino non sorprendere quanto ha appena detto Giuliano Pisapia a proposito della Giustizia, cioè che «qualche legge della Casa delle libertà va mantenuta». Certo, la cultura di Pisapia è sempre stata garantista, eppure è stato il centrosinistra nel suo insieme non solo ad opporsi a tutto, ma anche ad evocare le somme categorie dello Stato di diritto violato e della Costituzione calpestata.
Se il ritmo è questo, c'è da aspettarsi l'incredibile, ovvero che da qui alla prossima primavera l'Unione si identifichi con una buona parte di ciò che è stato fatto dal governo Berlusconi, dopo aver parlato di declino, rovina, di disastro, di dittatura. Non è uno scherzo, se ieri perfino Repubblica titolava sconsolata che nell'alleanza prodiana «è lite sul programma», indicando punto per punto il cedimento della politica dei «senza se e senza ma».
Le conversioni - e i convertiti - ormai non si contano. Abbiamo sentito nei mesi scorsi Piero Fassino riconoscere a Bush il merito di aver rovesciato Saddam Hussein. Dilaga l'amore per Sharon. Francesco Rutelli è stato il primo a considerare gli aspetti positivi della riforma Moratti e della legge Biagi. Su un punto qualificante della legge sull'immigrazione, i cpt, c'è stata una rottura lacerante. In queste settimane s'è aperto il dissidio sulla Tav. Si sa che le visioni sul premierato, emerse dai saggi a cui si è rivolto Prodi, non prospettano soluzioni troppo diverse da quelle già approvate dal centrodestra e contro le quali è brandito il referendum abrogativo. Per non parlare, infine, delle trionfali accoglienze riservate al «giavazzismo», la teoria che consiste nel fissare pochi e chiari punti programmatici, un metodo che emula in modo scoperto il «contratto con gli italiani» stipulato da Berlusconi nel 2001.
È una vera e propria gara a non essere più la sinistra che c'era fino a pochi mesi fa, direi fino alla vittoria nelle elezioni regionali. Erano partiti per abrogare la legislatura della Casa delle libertà, per cancellarla dalla storia italiana. Avevano perfino mostrato il cartellino rosso a chi si era azzardato a riconoscere i meriti di questo o quel ministro, come era capitato al professor Umberto Veronesi. Ora, invece, fanno di tutto per presentarsi come la «miglior destra possibile». Fuggono dal loro passato e dal loro presente, evocano il ricambio generazionale, prospettano di cambiar nome per l'ennesima volta, annunciano di voler al più presto rinunciare all'identità prodiana. Resta solo da chiedersi: che bisogno c'è di una sinistra che per essere credibile nega sé stessa e cerca di impadronirsi dei pilastri fondamentali della cultura introdotta dal centrodestra?