I cortocircuiti economici del Professore

La riunione della Confindustria a Vicenza ha fatto scoprire molte carte nel confronto a distanza Berlusconi-Prodi. Tutti hanno rivisto il miglior Berlusconi ribadire con forza le linee di fondo della propria maggioranza politica senza attardarsi in una ragionieristica rappresentazione delle cose fatte, con tanto di numeri e numeretti. E, naturalmente, ha vinto il confronto alla grande con un Prodi scialbo e reticente. Nonostante i suoi silenzi e in qualche momento il suo balbettio, Prodi questa volta ci ha fatto capire le vere strategie che ha in testa. Prima fra tutte l’aumento della pressione fiscale su tutte le rendite finanziarie, riportando al 20 per cento l’aliquota di prelievo. Una decisione che, proprio per il fatto che secondo i suoi calcoli tale aliquota porterebbe 3 miliardi di euro in più nelle casse dello Stato, significa che la pressione fiscale nel suo complesso aumenta. Inoltre, per dare un gettito così importante, Prodi non può non coinvolgere tutti i possessori di Bot e di altri titoli di Stato, che per il 50 per cento sono nelle mani delle famiglie italiane. Qualunque tributarista, infatti, sa che le grandi cifre del gettito fiscale si ottengono solo colpendo un gran numero di contribuenti. Al dunque, l'aumento della pressione fiscale è la prima cosa che farà l’eventuale governo Prodi e i contribuenti tassati saranno le famiglie italiane e non i furbetti del quartierino che porterebbero rapidamente i propri quattrini fuori dal territorio italiano come fa il simpatico e biondo presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che ha il suo fondo d’investimento nel Lussemburgo.
La seconda idea di Prodi è la preannunciata riduzione di 5 punti di contributi sul costo del lavoro. Al di là del fatto che 5 punti coinvolgerebbero i versamenti previdenziali, con problemi complessi che il sindacato ha già evidenziato, la loro eliminazione costa 10 miliardi di euro in ragione d’anno. Sul dove si possano trovare questi soldi Prodi non dice nulla. Svicola, balbetta, si gira e si torce sulla sedia, ma non dice nulla. In verità, per chi come noi conosce da indiano il linguaggio biforcuto, anche il suo parlare a mezza bocca su questo argomento ci fa capire la stramberia che ha nella testa. La riduzione del costo del lavoro, come è noto, è nei programmi di tutti i partiti perché è lo strumento con il quale si dà all'impresa un recupero di competitività di prezzo, in attesa che altre politiche più strutturali facciano aumentare la produttività del lavoro attraverso massicci investimenti in ricerca e innovazione. Ma torniamo a Prodi e ai suoi silenzi sulla copertura finanziaria per eliminare i 5 punti sul costo del lavoro. In realtà Prodi qualcosa la dice, ma son balle talmente grosse che neanche lui insiste più di tanto, come nel caso della lotta all’evasione fiscale. Qualunque iniziativa in quella direzione, anche la più violenta e la più efficace, darà un gettito che non potrà che realizzarsi dopo 18-24 mesi. E siamo ottimisti.
D’altro canto va ricordato che l’economia sommersa passò sotto il governo del centrosinistra dal 15 per cento al 17 per cento, e pertanto non sappiamo quale credibilità mai possa avere l’annuncio di Prodi di una grande lotta agli evasori fiscali. Prodi sa tutto questo e quindi mente a una platea come quella degli industriali, che però sanno far di conto. Prodi ha nella testa una cosa precisa e perversa, e cioè quella di dirottare larga parte dei contributi alle imprese (poco meno di 2 punti di Pil, e cioè 24 miliardi di euro) sulla riduzione dei famosi 5 punti del costo del lavoro. Per dirla in breve, con una mano toglie i quattrini alle imprese e con l’altra glieli dà. Le allocazioni delle risorse pubbliche possono avere effetti diversi e possono favorire una politica dell’offerta, ad esempio, piuttosto che una politica della domanda.
Ma se questa fosse la ratio dei provvedimenti che Prodi ha in testa, perché non discuterne pubblicamente? Il Professore bolognese è un vecchio marpione e conosce gli umori delle imprese e anche gli interessi delle grandi aziende di cui il suo centro studi Nomisma è stato spesso un autorevole consulente. In questo modo Prodi fa un’operazione politica, scegliendo come alleati le grandi imprese proprietarie dei giornali. Queste ultime, infatti, avendo migliaia e migliaia di dipendenti, nello scambio contributi in conto capitale-riduzione di 5 punti sul costo del lavoro, hanno un indubbio vantaggio. Per le piccole e medie imprese che hanno da 10 a 50 dipendenti (sono il 95 per cento delle aziende italiane) invece lo scambio sarà in perdita, e la stessa politica per il Mezzogiorno andrà in cavalleria. Senza dire, naturalmente, che la riduzione del costo del lavoro dovrebbe essere mirata alle aziende che sono esposte alla concorrenza internazionale. Insomma, la tipologia di copertura finanziaria per la riduzione dei 5 punti sul costo del lavoro è una grande operazione di finanziamento occulto alla Fiat, alla Telecom, alla Merloni e via di questo passo ed è pressoché nulla nei suoi effetti nei riguardi del 95 per cento delle aziende italiane che hanno meno di 10 dipendenti.
Tra le mezze parole dette al convegno di Confindustria, Prodi ha continuato a ripetere, inoltre, che non eliminerà quell’odiosa tassa dell’Irap, ritenuta dalla Corte di Giustizia europea una tassa incompatibile con i trattati comunitari. E qui viene fuori una banale considerazione politica. Prodi, Visco, Bersani, Letta, D’Alema sono le stesse identiche persone che hanno governato per cinque anni il Paese dando il via al declino economico dell’Italia, come si evince dagli stessi dati forniti ancora una volta dalla Banca d’Italia. Cosa mai sarà accaduto per cui chi ieri governò male aumentando la pressione fiscale, svendendo parte rilevante del patrimonio pubblico e facendo imboccare all’Italia la strada della colonizzazione, domani dovrebbe governare meglio? Nessuno lo sa e nessuno lo può sapere, perché la verità è tutta un’altra. In questi ultimi due anni si è formato un blocco di potere tra finanza-informazione-parte rilevante del sindacato-pezzi di procura della Repubblica e alcuni soggetti politici, come il Listone dell’Ulivo, che ricorda molto da vicino la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, con un di più di illiberalità per l’arrivo in quel patto scellerato del peggiore capitalismo finanziario. Nubi nere e dense di pioggia si affacciano, dunque, all’orizzonte del Paese e la posta in gioco torna ad essere la libertà vera contro quell’autoritarismo strisciante prodotto dal corto circuito finanza-informazione, un autoritarismo rispetto al quale i vari partiti del centrosinistra sembrano essere solo dei figuranti privi di ruolo e di valore.