I crimini importati ci costano 7 miliardi

Il conto salato della delinquenza straniera tra danni, indagini, detenzioni e processi

da Milano

Alla fine lo Stato italiano ci ha rimesso altri 7 miliardi di euro. Non si tratta di una «manovra» correttiva, un colpo d’ala del defunto governo Prodi. La cifra da capogiro si riferisce al costo medio totale per la collettività della criminalità straniera in Italia ed è relativa al solo 2007. Dato diffuso dalla Fondazione Ismu attraverso uno studio che valuta costi e benefici delle politiche di reazione e prevenzione del crimine d’importazione straniera. «In realtà è soltanto una stima della spesa pubblica affrontata negli ultimi due anni - precisa Andrea Di Nicola, docente di Criminologia all’Università di Trento e curatore della ricerca -. Partiamo da un presupposto molto semplice: le condotte di reato arrecano alla società diverse voci di costo, a seconda della gravità e della frequenza». Ecco le variabili prese in esame: i singoli costi reato per reato, costi di anticipazione del reato (ad esempio, gli investimenti privati per dispostitivi d’allarme), i costi conseguenti al reato, divisi tra pecuniari, biologici e morali, nonché i «lost output» (rispetto al mancato reddito in conseguenza della violenza subita). Infine sono stati calcolati i costi delle attività inquirenti e giudicanti, quindi le spese processuali e per l’eventuale detenzione dei responsabili.
Risultato, a incidere sulle casse italiane già in difficoltà sono soprattutto le violenze sessuali (oltre 2,7 miliardi di spesa), le lesioni dolose (per più di 2 miliardi), scippi, borseggi, furti d’auto (2,4 miliardi in totale). Seguono nella graduatoria delle zavorre le rapine in banche o in uffici postali (quasi 10,5 milioni di euro). Tutte «specialità» tipiche della criminalità di marca straniera. Un capitolo a parte, da sottolineare, è come la probabilità di identificazione dei colpevoli varia dal 52-54 per cento nel caso di lesioni personali e stupri scendendo fino al 14 per cento per i furti. Intanto un denunciato su quattro, un condannato su cinque, e più di un detenuto su tre è straniero. In Lombardia, poi, dietro le sbarre praticamente la metà (47,5%) non sono italiani. «Restano dentro, in media, meno di un mese. Gli istituti di pena somigliano così a lussuosi alberghi con la porta girevole, al prezzo di 140 euro al giorno», aggiunge Di Nicola. E noi paghiamo.
Il ministro dell’Interno Giuliano Amato a giugno commentava così il dossier nazionale sulla delinquenza - «Non dobbiamo fare un uso emotivo di dati che possano portare a ritenere fondata l’equazione “immigrato uguale a criminale” -, giungendo comunque alla conclusione: «Semmai la criminalità si concentra nel mondo dell’irregolarità». Allora si spiegano altre cifre del nuovo Rapporto Ismu. Cioè quelle che riportano il numero degli immigrati presenti sul territorio. Oggi fanno circa 4 milioni, il 6 per cento della popolazione, 320mila in più con una crescita di 8,7 punti in un anno e quasi del 20 nel biennio prodiano ’06-07. «Boom di regolari», dicono gli esperti, «effetto della regolarizzazione ottenuta con i decreti flussi 2006, ma non ancora tradotto in iscrizioni anagrafiche». Sanatoria di fatto targata Amato&Ferrero che ha fatto crollare la quota di clandestini a 350mila unità, -46,3 per cento: minimo storico. L’altra faccia della moneta mostra però l’incremento al 103% di quei 700mila stranieri (non residenti) ritrovatisi nella lista dei permessi concessi dal Viminale. A beneficiarne, con tassi a doppia cifra, i soliti noti: romeni (+14,8%), ucraini (+12,2%), serbi e moldavi (addirittura +18%). Amara considerazione finale: «Permane l’immagine di un paese dove è facile entrare illegalmente; e lo è altrettanto soggiornarvi».