I cristiani cacciati da Betlemme

«L’Europa deve capire due cose, e decidersi a reagire: il mondo palestinese rischia di restare vuoto di cristiani, la forza di Hamas ci mette in pericolo ancora più di prima (e non eravamo certo in una situazione invidiabile); e in secondo luogo, però, la gente di buona volontà sappia che qui non troverà la solita paura: il nuovo patriarca ci dà una forza nuova». Tuttavia, sono occorsi diversi giorni per trovare alcuni cristiani che ci raccontassero l’angoscia dei cristiani palestinesi e specialmente di quelli di Betlemme.
Alla vigilia della festa per eccellenza, quella della nascita di Gesù, sulla soglia della Chiesa della Natività dove con emozione i pellegrini scendono nella grotta, c’è la consapevolezza che il futuro potrebbe essere ancora più buio: sulla piazza l’albero di Natale, si prepara la solita Messa solenne, ma nella città di Cristo, i cristiani oggi sono appena il 20 per cento; nel 1990 rappresentavano il 90 per cento degli abitanti. Ramallah ed El Bireh, sempre nel West Bank hanno subìto un attacco. E Gaza è addirittura sotto la minaccia continua e presente di assassinii ed esplosioni da parte delle organizzazioni estremiste islamiche che la dominano: Hamas e al suo fianco la Jihad Islamica e i gruppi salafiti Jaish al Islam e Jaish al Umma.
I cristiani nella Striscia sono circa 3mila e una campagna di violenza senza precedenti li perseguita. Dopo svariate esplosioni della Libreria della Palestinian Bible Society, il suo proprietario, Rami Khader Ayyaad fu rapito e poi ucciso l’ottobre dell’anno scorso. Adesso le scuole delle suore sono esplose un paio di volte, e mentre parliamo con un amico di Betlemme, gli arriva una telefonata da alcune «sister» della Scuola del Rosario di Gaza: il loro cancello è saltato per aria circa due settimane fa. In pratica, quasi tutte le scuole e le biblioteche cristiane di Gaza sono saltate per aria. «Vede - mi dice l’amico - il governo di Hamas anche se formalmente si dichiara contrario, è fanaticamente islamista: ciò significa che segue la norma teocratica o della conversione forzata o della riduzione a dhimmi, a cittadini di serie B, dei cristiani». Parlo con una donna: «Se il 9 di gennaio, quando scadrà il mandato di Abu Mazen, nel West Bank Hamas riuscisse a sovrastare Fatah, là peggiorerebbe molto la condizione di vita per noi già molto difficile ad esempio per gli abiti occidentali, per lavoro in ambiente misto, per il semplice fatto di essere cristiana: ci sarebbero leggi islamiche sull’abbigliamento «pudico» (cosa che preoccupa anche le mie amiche musulmane), sulla vita separata fra sessi dalla più tenera infanzia, sull’onore. Si immagini che fine farebbe il turismo delle donne cristiane. Provi a pensare cosa sarebbe per i pellegrini a Betlemme viaggiare dove le regole alimentari sono tassative, dove l’alcol è punito. Hamas è forte anche nel West Bank; se il suo potere si stabilizzerà anche da noi, prevedo una forte emigrazione».
La nostra amica non ha dimenticato quando due ragazze sui 20 anni furono uccise nel quartiere cristiano di Beith Jalla per «motivi di onore». Ricorda che l’autopsia, per unire la beffa all’orrore, le trovò vergini. Un giovane commerciante sottolinea che un fenomeno abbietto è stato il sequestro delle terre dei cristiani travestito da acquisto o da cessione, e sancito spesso dalle autorità con falsi documenti. «Se la versione ufficiale parla sempre di armonia e di solidarietà - dice - anche se il sindaco di Betlemme è cristiano, la verità è che ci hanno rapinato delle nostre proprietà. E noi abbiamo taciuto per paura. A un mio amico che rivendicava il suo terreno, i nuovi proprietari, tra cui un papavero dell’Autorità, dissero mostrando la pistola: “Questo è il nostro contratto”».
Adesso, però, c’è una qualche nuova speranza. Abu Mazen ha promulgato una precisa conta e delimitazione delle proprietà e ne ha spostato l’urgenza da Ramallah a Betlemme. «Io credo - racconta un cristiano che parla con la finestra chiusa - che stia facendo effetto l’atteggiamento del nuovo Patriarca, ovvero Fuad Twal, un prete ecumenico e un diplomatico cresciuto in Vaticano». Tre settimane fa è apparso a una tv privata e ha detto: «Noi cristiani non siamo deboli come immaginate, le aggressioni devono finire, tutto il mondo ci guarda perché questa è la Terra Santa. «Questo sacerdote - continua - ha la prudenza del diplomatico, ma anche l’orientamento apostolico: è patriota perché gli israeliani ci creano problemi con il muro di sicurezza, i check point, i permessi, ma l’islamismo ci vessa per motivi religiosi. Twal non vuole vedere il suo gregge disperso e umiliato, svanire. Siamo qui da sette secoli prima di loro, e non dobbiamo soffrire di un complesso di inferiorità».
«Siamo schiacciati socialmente e fino a ora abbiamo taciuto. Ora basta, dobbiamo farci rispettare. Aiutateci. O volete una Betlemme senza un cristiano?».