Tra i cristiani che vivono in mezzo all'odio

Un padre francescano: «Qui nella Striscia
non si sa neppure
che cosa siano il perdono
e la riconciliazione»

dal nostro inviato a Betlemme

Parole col contagocce, al cellulare, finché non pronuncio il nome di un padre francescano che conosciamo entrambi e che mi ha fatto da tramite. Chiamiamolo Yusef, e facciamo che Helen sia il nome della moglie. «Va bene. Così va bene», si tranquillizza Yusef. «Nessuno sa dire che cosa accadrà nei giorni e nei mesi futuri. Hamas, nonostante i bombardamenti di questi giorni è ancora forte, e noi cristiani di Gaza siamo una piccola comunità...», sospira Yusef al telefono.
Qualcuno mi aveva detto di cercarli in un certo bar di piazza della Mangiatoia, dove una torma di turisti spagnoli succhia cappuccini o, alternativamente, cannelli di narghile. Ma quando sono arrivato non c'erano più.

Marito e moglie, insieme con una coppia di loro parenti, erano all'hotel "Golden Park" di Beit Sahour, ai piedi di Betlemme, la cittadina della Grotta dove gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Gesù. Yusef e la moglie erano saliti da Gaza a Betlemme in occasione del Natale per rispettare un vecchio voto fatto da Helen. E sono rimasti tagliati fuori dagli avvenimenti. Un'ora fa, quando hanno sentito della finestra di 3 ore accordata dagli israeliani per far affluire aiuti umanitari verso la Striscia sono partiti di carriera, sperando di riuscire a forzare il blocco. «Abbiamo lasciato i nostri tre figli ai nonni. Finora tutto bene, sì, grazie a Dio...».

La vita ai tempi di Hamas, posto che sia prudente parlare di Hamas al passato remoto, non è stata facile, per Yusef e il migliaio di cristiani riuniti a Gaza sotto il mantello dell'unica parrocchia retta da padre Manuel Musallam, 70 anni. Un parroco e una dozzina di suore (Le Rosary Sisters, le Piccole Sorelle di Gesù, le suorine di Madre Teresa). Ecco, le divisioni del Papa a Gaza son queste. «Nessuno ci ha perseguitati, non è questo che intendo; anche se negli occhi dei miliziani c'è sempre quel sorrisino di scherno, di compatimento. Del resto, siamo una comunità così piccola. A chi possiamo dare fastidio? - si domanda Yusef -. È stata la scelta tragica di Hamas di rompere la tregua, e la rottura con l'Egitto, che ha risposto sigillando il valico di Rafah, a rendere insostenibile la situazione per noi di Gaza». Il terrore dei bombardamenti, la fame, la mancanza di energia elettrica, l'attesa della prossima bomba, il numero spaventoso di gente senza lavoro, costretta alla mendicità, e l'odio come collante di una popolazione che somiglia sempre più a una bolgia di ratti pronti ad azzannarsi fra loro. Questo racconta Yusef. «Quelli di Hamas non parlano con quelli di Al Fatah e viceversa. È il tempo dell'odio, come se fossimo due nazioni. Ecco, questa è stata la vita al tempo di Hamas».

Anche con Israele, naturalmente, Yusef non è tenero. «Per sopravvivere in tempi normali, Gaza ha bisogno di settecento Tir carichi di aiuti al giorno, ma ultimamente Israele ne faceva passare una ventina. Non è terrorismo, questo? Il risultato è che quello che costava dieci centesimi ora costa dieci dollari». I bambini, e la pietà e lo sdegno suscitato dalla vista di quei morticini... «Ah, ma non dimentichi i vivi. Molti vivono con un senso di nausea permanente, si fanno la pipì addosso, non riusciamo a nutrirli correttamente». Domando: non avete paura di rientrare a Gaza, sotto le bombe? «Sì, naturalmente - risponde Yusef -. Ma lì sono i nostri figli, lì sono le nostre case. Noi siamo palestinesi. Non possiamo fuggire senza attirarci l'odio di Hamas che già ci tollera come infedeli». Come finirà? «Non lo so - risponde sconsolato Yusef -. L'importante è che smettano di spararci addosso indiscriminatamente, facendo pagare a tutti le colpe di pochi. Al futuro non voglio neppure pensare. Noi siamo cresciuti senza poter fare scommesse sul futuro. L'altro giorno, io e mia moglie abbiamo sentito parlare di perdono, di riconciliazione. Ma erano parole che facevano parte dell'omelia pronunciata da un padre francescano, durante la messa. A Gaza non si sa neppure cosa siano, quelle parole».