I croupier sbancano il Casinò ma a sborsare sono i veneziani

Quando si tratta di maneggiare soldi, niente di meglio di un croupier. Se poi gli accostate un buon avvocato, les jeux sont faits. Strategia di gioco vincente, a giudicare dal pronunciamento del giudice del lavoro che, con la sentenza ieri, rischia di far saltare il banco del Casinò di Venezia, condannato a pagare ai suoi 130 croupier sei milioni di euro più gli interessi: totale, 10 milioni.
La causa era incentrata sull’interpretazione di una sorta di benefit del contratto aziendale e sui conseguenti criteri di calcolo; la norma della discordia riguardava la garanzia del mantenimento delle percentuali di competenza sulle mance introdotta dopo l’apertura della sede di terraferma del Casinò, a Ca’ Noghera.
Il contestato accordo prevedeva che ogni volta che il giocatore reduce da una puntata vincente pronunciava la frase di rito, pour les employés, lasciando sul tavolo verde una manciata di fiches, una percentuale di questa mancia finisse nei panciotti dei croupier. Cosa che invece, dal 1999 ad oggi, non sarebbe mai accaduta per responsabilità che il giudice ha attribuito al Casinò. Sospetto che i croupier avevano da tempo, tanto da aver intentato causa contro il proprio datore di lavoro. Un «azzardo» giudiziario che - almeno per il momento - ha dato pienamente ragione ai dipendenti.
La sezione lavoro del Tribunale di Venezia ha infatti riconosciuto a 130 impiegati un maxirisarcimento da 10 milioni, una mazzata in grado di mettere in crisi l’intero bilancio del Casinò veneziano. Ma il dispositivo della sentenza parla chiaro: ciascun croupier incasserà cifre che vanno dai 20mila euro a oltre i 75mila. «Questo verdetto - ha dichiarato al Gazzettino il presidente del Casinò, Mauro Pizzigati - ci metterà in crisi». Una crisi - questo il timore di molti - che potrebbe essere pagata in parte dai veneziani attraverso nuovi balzelli comunali. Cosa c’entri il Comune è presto detto. Nel settembre 2005, visto il deficit che gravava sul Casinò municipale, il sindaco Cacciari «puntò» sull’avvocato Mauro Pizzigati, nominandolo presidente del Casinò. I tre anni di gestione Pizzigati (presidente dell’Ordine degli avvocati, nonché docente di diritto fallimentare all’Università di Ca’ Foscari) ha vinto la sua «scommessa», rimettendo i conti a posto.
L’anno scorso si è registrato addirittura un attivo dello 0,10% con la società Casinò di Venezia Spa che ha incassato 215 milioni (il 75% proveniente dalla nuova sede di Ca’ Noghera e il rimanente 25% dalla tradizionale sede di Ca’ Vendramin, sul Canal Grande); in base alla convenzione che lega la casa da gioco al suo azionista, ogni anno deve essere versato nelle casse municipali un «valore base» pari al 40% del bilancio comunale.
«In realtà - spiega Pizzigati - il Casinò è sempre stato in attivo: a modificare il risultato economico sono solo i trasferimenti al Comune». Ed eccoci al punto cruciale. Se il Casinò dovrà versare questi 10 milioni ai propri croupier, sarà in Comune a rimetterci e c’è chi pensa che - giocoforza - la «partita di giro» finirà per penalizzare non poco il portafoglio dei veneziani.
Ma quanto fruttano ai croupier le mance dei giocatori più fortunati? Tra i 2mila e 4mila euro, dipende dalla loro anzianità di servizio. Un tema, questo delle mance, al centro di varie vertenze; non ultima quella che l’anno scorso portò a un clamoroso «contro la proliferazione selvaggia delle slot machine e dei tavoli riservati al Texas Hold’em Poker».
Di fronte alle preoccupazioni dei dipendenti le parti siglano un accordo che impegnava l'azienda a riconoscere ai croupier un minimo sulle mance. In pratica le mance vengono sempre divise tra azienda e croupier con le solite quote (a metà nel caso di roulette e black jack; 54% all'azienda e 46% ai croupier per lo chemin de fer) ma il Casinò riconosce a ogni croupier un minimo di 2.790 lire su ogni milione di vecchie lire incassate come mance. Apparentemente una cifra da nulla che tradotta in euro basta si e no a prendere un cappuccino. Ma non è proprio così.
Infatti a partire dal 1999, apertura effettiva di Ca' Noghera, la quota di mance incassata dai croupier non è sufficiente a raggiungere il minimo pattuito. «Ciò non dipendeva da una diminuzione del gettito delle mance - sottolinea l'avvocato che ha assistito i croupier - ma dagli incrementi di personale che aveva diritto a dividersi le mance». Ma il Casinò si rifiuta di integrare la quota dei croupier che iniziano un complesso ricorso legale segnato anche, un anno e mezzo fa, da uno sciopero che paralizzò i tavoli verdi per alcuni giorni. Il 9 gennaio di quest'anno si conclude il dibattimento di fronte al giudice del lavoro, che vede il Casinò sconfitto, ma senza che venisse quantificato l'ammontare del risarcimento. Che è ora arrivato a distanza di nove mesi. Il Casinò potrà giocarsi le sue carte in appello. Il fatidico momento del rien ne va plus è ancora lontano.