I cultori della politica a zig zag

Fino a quando potrà durare il governo Prodi in questo stato di precarietà? Fino a che punto il nostro Paese sviluppato può essere guidato da un esecutivo ondivago e minato dalle sue stesse contraddizioni? Non sono, queste, domande ispirate da interessi partigiani ma dalla preoccupazione di un’intera nazione che ha bisogno di stabilità, di scelte politiche decise e di autorevolezza internazionale. Gli ultimi traccheggiamenti non lasciano bene sperare, in particolare per la politica estera italiana che è al primo posto perché qualifica l’identità stessa dell’Italia nel mondo.
Non c’è da farsi illusioni che il rifinanziamento delle missioni all’estero passato con solo quattro voti contrari rappresenti la fine delle difficoltà governative: al contrario esso segna l’avvio di una crisi mascherata soltanto dalla paura di fare il gioco dell’opposizione. Il sintomo della grave situazione in cui si trova il governo non è tanto lo zigzagare su provvedimenti qualificanti come il «Bersani», quanto l’emergere di un’inestricabile inaffidabilità in politica estera. Non si può infatti ignorare che il governo di centrosinistra si regge su forze politiche, correnti di pensiero e movimenti sociali che puntano ad ogni costo sulla «discontinuità», apparentemente contro il fantasma del Cavaliere, in realtà per ribaltare la politica occidentale che ha fatto grande, sviluppata e rispettata la democrazia italiana.
Non ingannino le formule vuote - «equivicinanza», «risposta sproporzionata», «due Stati e due popoli» - con cui si cerca di mascherare la fisiologica conflittualità della maggioranza. Il ministro degli Esteri esprime una cultura politica cresciuta su una lunga storia di ambiguità mediterranea, filoaraba e anti-israeliana simile a quella dell’Andreotti che dichiara che avrebbe fatto il terrorista se fosse nato in un campo profughi palestinesi. Né rassicurano i verbosi calembour del Bertinotti a cui interessa salvaguardare il potere di coalizioni anche a costo di mandare a casa qualche scalmanato compagno di partito.
La realtà è che nella maggioranza confluiscono le culture politiche e i movimenti che per anni hanno raccolto nelle piazze le sciocchezze infantili di Gino Strada, i rivoluzionismi dei no global ed i cultori del vecchio sentimento anti-occidentale, anti-americano e anti-israeliano che ha nutrito la sinistra comunista, paracomunista e i variegati pacifisti anche cristiani.
Ma, oggi, l’Italia si trova di fronte a un dilemma simile a quello del 1949 quando bisognava scegliere se entrare nell’Alleanza atlantica o attestarsi su un sedicente schieramento della pace. Allora il Pci, il Psi frontista e i cattolici gronchiani e dossettiani fecero fuoco e fiamme per dire «no» all’America e abbracciare il neutralismo che faceva comodo alla Mosca di Stalin. Dopo l’11 settembre nell’ultimo periodo si è verificato un nuovo salto di qualità con la saldatura tra l’Iran, candidato all’atomica, i terroristi di Hamas e hezbollah, ed i vari jihadisti sparsi nel mondo. Parlare quindi di «due Stati e due popoli» invece che schierarsi apertamente per la difesa dell’Israele democratico è una barzelletta di pessimo gusto. Lo hanno capito gli stessi pacifisti israeliani, gli intellettuali della sinistra europea come Adriano Sofri e Joschka Fischer, e perfino la candidata democratica americana Hillary Clinton.
Il governo Prodi ha una base culturale, politica e sociale che non gli consente di affrontare le scelte di politica estera che urgono sull’Italia senza ripiegare nelle strizzate d’occhio agli arabi e nella fatale equidistanza ispirata al pacifismo. È perciò che prima o poi bisognerà pensare a nuovi equilibri di governo che non condannino fatalmente l’Italia all’isolamento e alla decadenza.
m.teodori@mclink.it