I Cure replicanti di se stessi

Il tredici porta sfortuna ai Cure, che nei tredici brani del loro tredicesimo album non riescono a offrirci che uno stinto autoritratto, con pochi e casuali lacerti d’un talento ormai, si direbbe, archiviato. Una cupa maledizione sembra gravare su tanti grandi del rock e del pop: mentre i Dylan e le Joni Mitchell riescono a inoltrarsi nella vecchiaia senza smarrire la creatività degli anni verdi, i più non riescono a mantenere col passare degli anni la verve e l’inventiva d’un tempo. Così questo grande gruppo, a trenta e più anni dal suo esordio, appare nel nuovo disco come un imbelle replicante di se stesso: i furori gotici, le tetre atmosfere dark che gli hanno dato la fama, sfumano ormai in un manierismo senza bizzarrie, depurato di ogni aroma sulfureo. E un altro mito svanisce in una nebbia anodina.