I danni dei pacifisti al potere

Egidio Sterpa

Mentre prendevano rilevanza fatti e polemiche sulle manifestazioni che hanno guastato la festa del 2 Giugno, avevo in lettura il libro di Magdi Allam, il bravo collega di origine egiziana naturalizzato italiano, dal titolo Io amo l’Italia - Ma gli italiani la amano? Vale la pena di citarne brevi passi: «Mi preoccupa l’Italia che manda i suoi militari in Irak e poi sembra darli in pasto ai terroristi definendoli forze di occupazione... Mi indigna l’Italia che nobilita il terrorismo definendolo “resistenza” quasi gioendo per la lunga scia di sangue in Irak... Provo orrore per l’Italia che è intollerante nei confronti di se stessa, della propria identità nazionale, dei propri valori... Che quasi si vergogna di marciare all’insegna del tricolore».
Ho molta stima per la lealtà e generosità di Allam, italiano come pochi ormai sanno esserlo. E però, più che ricorrere all’indignazione per certi happening e show che giudico strampalati e illogici, più che inopportuni e vergognarsi, ritengo che convenga ragionarci con spirito liberale, la strada migliore per arrivare, se non alla verità assoluta, a una riflessione seria.
Rifuggo normalmente dalla vuota retorica, ma qualche domanda voglio porla ai cultori delle proteste antimilitariste: è possibile vivere in un Paese privo di Forze Armate? Chi impedirebbe attacchi alle frontiere? Non è retorica bolsa, e anche un po’ gaglioffa, l’esibizione di certo antimilitarismo? Come si fa, santo Dio, ad accusare l’Italia di bellicismo per aver mandato un migliaio di soldati in aiuto a un popolo disgraziato? Ci vuole la malafede di politicanti che invece a suo tempo si piegavano rispettosi di fronte al militarismo, quello sì minaccioso, dell’Unione sovietica.
Strani personaggi questi nostri antimilitaristi, che professano un pacifismo meramente strumentale. Non esitano a vilipendere i «simboli della nazione» (parole del capo dello Stato) e, al cospetto delle bare di soldati caduti non hanno ritegno a gridare: «Dieci, cento, mille Nassirya». Che cosa sono questi loro comportamenti se non irresponsabilità, e anche un po’ di cialtroneria?
No, non meritano neppure sdegno tipi simili. L’indignazione va riservata a cose ben più serie. Qualche onesta considerazione meritano semmai quei giovani che, per emulazione e senza meditate convinzioni, si lasciano trascinare in manifestazioni inconsulte. E ad essi, alla loro educazione, alla loro sensibilità, che va riservata grande attenzione. Essi sono il futuro del Paese e una classe dirigente responsabile e coscienziosa deve impegnarsi con la massima dedizione per trasmettere loro cultura e morale.
Quanto ad una classe politica che pretende di rappresentare le istituzioni e da esse invece si allontana con certi deteriori atteggiamenti, non possiamo che esprimerle riprovazione. Come si fa a giustificare personaggi - ministri, sottosegretari, parlamentari - che si intruppano con torme di no global e si lasciano coinvolgere, quando addirittura non le promuovono, in esibizioni illogiche e a volte addirittura grottesche? Che dire, per esempio, di un prete, certo Della Scala, che si permette persino di redarguire il presidente della Camera, al quale, è vero, non è facile perdonare da parte nostra l’ostentazione del distintivo con l’arcobaleno in presenza di soldati col tricolore, ma al quale si deve pur riconoscere di non essersi sottratto al dovere istituzionale di prendere posto sul palco della manifestazione ufficiale accanto alle autorità dello Stato.
Minore comprensione per l’onorevole Prodi, che pretende di dare tinta e direzione allo Stato e alla nazione e però strizza palesemente l’occhio agli estremisti quando dice: «Quest’anno la sfilata è stata molto pacifista». Un’affermazione, non c’è dubbio, fatta per compiacere in maniera sia pur contorta quei suoi soci fanatici e settari senza i quali, com’è dimostrato, non ci sarebbe maggioranza. Atteggiamenti simili sanno di ambiguità programmata. Scalfari, ieri su Repubblica ha parlato di un «Paese degli ossimori». Se si aggiunge un governo con tante contraddizioni, chissà cosa ne risulta.
Riconosciute doverosamente correttezza e partecipazione sentita ai riti della ricorrenza della Repubblica, un rilievo va fatto anche al capo dello Stato. Ciampi non avrebbe scaricato sulle forze politiche l’obiezione per certi atti irresponsabili. Ce ne dispiace perché a Napolitano riserviamo stima e rispetto, e non solo perché oggi risiede al Quirinale. Vorremmo che avesse meno pudore nell’affermare quella religione civile e patriottica senza la quale questo nostro Paese finisce col non piacere a troppi italiani.