I ddl di Cossiga e Gargani che anticipano la riforma della giustizia

Riguardano ruolo del Pm, rapporti con la polizia giudiziaria, competenza territoriale e obbligatorietà dell’azione penale<br />

La riforma della giustizia diventa sempre più concreta e vicina. Il premier Silvio Berlusconi garantisce che si farà, preferibilmente con l’accordo del centrosinistra, ma altrimenti con il solo apporto della maggioranza. C’è ormai anche la data, annunciata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano dopo vari slittamenti, della presentazione in Consiglio dei ministri delle linee guida per modificare il processo penale con legge ordinaria: 23 gennaio. Questa riforma, nei progetti del Pdl, dovrà marciare celermente in parlamento. Gli interventi costituzionali, da quelli per la separazione delle carriere a quelli per il Csm, arriveranno probabilmente a febbraio ma la strada sarà più lunga e complessa. A parte i principi generali, illustrati dal Guardasigilli anche alle opposizioni, si sa però poco delle prime novità che il centrodestra vuole introdurre. Forse la più importante riguarda il ruolo del pubblico ministero e i suoi rapporti con la polizia giudiziaria. Una questione strettamente collegata all’esercizio dell’azione penale, la cui obbligatorietà (oggi più formale che reale) potrebbe essere adattata almeno temporaneamente a priorità indicate dal parlamento, come hanno proposto in questi giorni sia il numero uno della Camera Gianfranco Fini che il vicepresidente del Csm Nicola Mancino. E proprio su questi temi esistono già dei testi in parlamento. Sono i due disegni di legge presentati in Senato un mese fa da Francesco Cossiga. L’expresidente era stato indicato da Berlusconi in primavera come uno dei «saggi» che, insieme all’europarlamentare Giuseppe Gargani e all’exgiudice costituzionale Romano Vaccarella, dovevano mettere insieme la Grande Riforma. Poi, ci sono state polemiche da parte di Cossiga e incomprensioni e del trio non si è più parlato. Ma il senatore a vita e Gargani, che presiede la Commissione giuridica dell’europarlamento, in realtà hanno lavorato insieme per mesi. E ora Niccolò Ghedini, consigliere giuridico di Berlusconi, conferma che i ddl che portano la sua firma saranno in qualche modo recepiti nel testo governativo. Per Gargani, «costituiscono la premessa per una riforma concreta ed effettiva della giustizia» e riguardano punti che fanno parte del programma del governo Berlusconi sin dal 2001. Secondo l'europarlamentare di Fi «la distinzione dei compiti tra la polizia giudiziaria e il pm, in modo che possa indagare su notizie di reato e non su notizie generiche; la precisa competenza territoriale dello stesso pm; un periodo definito e non incerto per l'espletamento dell'indagine; la fissazione delle priorita' per l'esercizio dell'azione penale, sono essenziali per poter dare credibilita' e trasparenza al processo e per regolare il potere della magistratura che finanche Luciano Violante ha ritenuto essere eccessivo». Cossiga e Gargani propongono, senza toccare la Carta, di modificare le norme del codice di procedura penale che violerebbero l’articolo 109 della Costituzione, quello secondo il qauale «l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria». Ciò non vuol dire, sostengono, che la seconda sia «subordinata e dipendente dal “solo“ pm». Così, vorrebbero abrogare l’articolo che attribuisce al magistrato inquirente il potere di acquisire autonomamente la notizia di reato, trasformandolo in un «mero investigatore». Sarebbe invece la polizia giudiziaria, ricevuta la notizia del reato, a dover compiere le indagini entro un termine di 60 giorni (per evitare un’eccessiva durata), dopo aver avvisato il pm. Al quale alla fine presenterà una notizia «effettiva, concreta» di reato, non una semplice ipotesi. Oggi invece, per Cossiga e Gargani, si «altera il ruolo del pm, che non risulta più quello del magistrato ma quello di un commissario di pubblica sicurezza e per questo l’obbligatorietà diventa ancor più ingessata e al tempo stesso falsificata». Altrettanto importante sarebbe recuperare il «criterio di territorialità» delle competenze del pm e per le indagini portate avanti in violazione di questo principio viene prevista l’inutilizzabilità.