I defibrillatori impiantabili salvano la vita

La filosofia dei pace-maker è cambiata. Fino a qualche anno fa, questi strumenti erano considerati semplicemente dei salva-vita, che venivano impiantati nei pazienti in caso di blocco o arresto cardiaco, per stimolare il cuore. Oggi, ad essi è affidato non solo il compito di salvare la vita del paziente, ma anche di migliorarne la qualità.
«I dispositivi di ultima generazione, i cosiddetti defibrillatori impiantabili, oltre a stimolare il cuore, sono dotati di particolari algoritmi e terapie elettriche, in grado di riportare a un ritmo normale il cuore in caso di insorgenza di aritmie ventricolari maligne e quindi di scongiurare il rischio di morte improvvisa (un’eventualità temibile soprattutto nei casi di cardiopatia ischemica nel post-infarto)», afferma il dottor Orazio Pensabene, responsabile del Laboratorio di aritmologia dell’Unità operativa complessa di cardiologia dell’Azienda ospedaliera «Villa Sofia» C.T.O. di Palermo. «Qualora le condizioni del paziente lo richiedano (scompenso cardiaco), tali defibrillatori possono essere anche bi-ventricolari, cioè capaci di stimolare contemporaneamente ventricolo destro e ventricolo sinistro, equilibrando così anche una situazione di scompenso cardiaco».
Si tratta di innovazioni tecnologiche, che hanno consentito di raggiungere risultati insperati nella prevenzione della morte improvvisa e nello scompenso cardiaco. Nei pazienti impiantati con questi dispositivi tutti gli studi più recenti hanno evidenziato una riduzione fino al 40 per cento della mortalità.
La versatilità di questi strumenti, in grado di impostare terapie sempre più personalizzate in base alle esigenze del paziente, si accompagna ad una sempre maggiore praticità: «I primi pace-maker, costruiti negli anni Cinquanta, erano esterni e piuttosto ingombranti», sottolinea il dottor Orazio Pensabene. «Oggi questi strumenti possono essere posizionati in una tasca sottocutanea, a livello del muscolo pettorale, e hanno una lunghezza di circa 3-4 centimetri».
Ogni anno, in Italia, vengono eseguiti circa 65mila impianti. Vertigini, svenimenti, sincopi costituiscono, in genere, la sintomatologia classica, che denuncia il malfunzionamento del muscolo cardiaco. «Più raramente, in pazienti anziani, i battiti cardiaci si riducono molto gradualmente ed i sintomi possono essere molto più sfumati (senso di sonnolenza, lievi capogiri in determinati momenti della giornata)», osserva lo specialista. «In questi casi, la necessità di un impianto dovrà essere evidenziata da opportuni accertamenti clinici con l’ausilio di esami di laboratorio». La durata media di un pace-maker è di cinque-otto anni. «Dopo l’impianto, regolari controlli (al momento della dimissione, dopo trenta giorni dall’intervento e poi con cadenza ogni sei mesi) verificheranno la buona funzionalità e l’efficacia del dispositivo», spiega il dottor Orazio Pensabene. È necessario uno stile di vita corretto.