I deliri e le frottole di Tonino

Nulla è più inedito dell’edito, e nulla è più falso di un falso ripetuto. È la morale che si trae dai primi stralci de «Il guastafeste», libro-intervista che Antonio Di Pietro ha realizzato con Gianni Barbacetto, un giornalista transigente come uno scriba col suo faraone. In questo libro ogni cosa appare già detta, già scritta e già sbugiardata: nei fatti, negli atti e nondimeno in «Antonio Di Pietro, Intervista su Tangentopoli» che è un altro libro realizzato dall’ex magistrato nel 2000 con Giovanni Valentini.
Quindi nessuna novità: semmai, come direbbe lui, reiterazione del reato e ulteriore inquinamento delle prove. Con l’aggravante che per confutare un libro di Di Pietro non basterebbe neppure un altro libro, tante sono le omissioni e le semplificazioni. Ma divertiamoci un pochino lo stesso.
BERLUSCONI È COME IL FÜHRER
Prima però dobbiamo liquidare le parti di puro delirio: «Per Berlusconi i magistrati rappresentano ciò che gli ebrei rappresentavano per Hitler: razza infame da eliminare, anzi dementi da mandare nei manicomi. Non lo dico io: l’ha affermato lui stesso. Non credo che bisognerà aspettare molto. La soluzione finale è vicina». È vicino anche il sanatorio, se Di Pietro volesse sottoporsi a un comune controllo medico: neppure l’ignoranza può più assolverlo: parliamo dell’uomo che aveva appena paragonato Berlusconi a Videla, un dittatore assassino che fece fuori due generazioni di argentini buttandole dagli aerei. «Neanche sotto il regime fascista si era tentato di infinocchiare l’opinione pubblica con i soldati nelle città. Neanche Mussolini, con le sue otto milioni di baionette, aveva osato tanto». Aspettando approfondimenti, Di Pietro potrebbe cominciare con 20 gocce di Lexotan la mattina presto.
MA QUALE MERCEDES
«Dopo averla tenuta in prova per qualche giorno, mi resi conto che consumava troppo. Perciò non la comprai». Fine della spiegazione: peccato che a contraddirlo ci sia la realtà confortata da tre sentenze da lui inappellate. Leggiamo: si fa riferimento ai favori che un imprenditore inquisito per bancarotta, Giancarlo Gorrini, fece al magistrato, e si legge di «sistematico ricorso di Di Pietro ai suoi favori», dunque «Nel 1990 Gorrini aveva poi ceduto a Di Pietro (...) un’auto Mercedes 300 CE, provento di furto già indennizzato dalla compagnia assicuratrice Maa, per un importo di circa 20-25 milioni a fronte di un valore dell’auto di circa 60 milioni». L’auto era stata rivenduta dopo 2/3 mesi da Di Pietro, il quale aveva trattenuto la somma percepita per la vendita. «I fatti si erano realmente svolti ed alcuni rivestivano caratteri di dubbia correttezza, se visti secondo la prospettiva della condotta che si richiede a un magistrato». La stessa sentenza spiega che l’auto fu rivenduta all’avvocato Giuseppe Lucibello per 50 milioni; i soldi furono restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati in novembre, poco prima delle dimissioni. Di Pietro si stava ripulendo.
IL PRESTITO, I PRESTITI
Di Pietro, nel libro, ammette di aver ricevuto un prestito da cento milioni ma precisa di non averli restituiti «con banconote avvolte in carta di giornale, li ho restituiti con assegni». Anzitutto: di quale prestito parla? Dei cento milioni senza interessi ottenuti dall’inquisito Gorrini? O degli altri cento senza interessi ottenuti dall’imprenditore inquisito Antonio D’Adamo? Senza contare le altre periodiche buste di contanti, le case, i vestiti, i lavori per il figlio e per la moglie, la Lancia Dedra per la moglie, i telefonini, una libreria, persino uno stock di calzettoni al ginocchio. Anche questo è tutto a sentenza, e difficilmente il Csm l’avrebbe perdonato: ma Di Pietro si dimise. Per quanto riguarda i soldi restituiti in assegni circolari e non in carta di giornale, la questione è semplice: i soldi furono restituiti con assegni circolari ma poi incassati e avvolti in carta di giornale, sempre poco prima che si dimettesse. Classica omissione alla Di Pietro.
POTEVO SALVARE GARDINI
Il nostro racconta per l’ottantesima volta la sua verità su Gardini: in sintesi dice che spiccò un ordine d’arresto e poi «Il suo avvocato comincia con me una trattativa», «Do la mia parola: non andremo ad arrestarlo». «Se avessi detto: “Prendetelo”, Gardini sarebbe vivo. Ma avevo dato la mia parola». E, alle 8 del mattino dopo, Gardini si sparò.
Vediamo com’è andata davvero. Nella prima estate 1993 Raul Gardini pensava di potersela cavare come avevano già fatto Cesare Romiti e Carlo De Benedetti: un memoriale decoroso al momento giusto, tanto per cominciare. Ma altri segnali erano di cattivo presagio. Quando venne a sapere che il pm Francesco Greco (non Di Pietro: Francesco Greco) aveva chiesto un primo mandato d’arresto contro di lui, quasi non ci credette: ma il gip Antonio Pisapia in ogni caso rispedì tutto al mittente. Francesco Greco tornò tuttavia a lavorarci, sinché il gip Italo Ghitti, il 16 luglio, accolse il mandato di cattura, che rimase sospeso come una spada di Damocle. Il 17 luglio 1993, Gardini venne a sapere che il mandato d’arresto contro di lui era stato firmato: al che, coi suoi due avvocati, uno dei quali era Giovanni Maria Flick, predispose ben più di un decoroso memorialetto: si dichiarava disponibile a parlare di tutta la vicenda Enimont e quindi anche di soldi ai partiti e contabilità parallela e paradisi fiscali. Chiese un interrogatorio spontaneo come altri avevano ottenuto, e mandò l’altro avvocato, Dario De Luca, in avanscoperta: ma quest’ultimo tornò con le pive nel sacco e il segnale era preciso, non volevano interrogarlo: volevano arrestarlo. Meglio: volevano interrogarlo, poi arrestarlo e poi reinterrogarlo da galeotto. Il 20 luglio Gardini apprese che Gabriele Cagliari si era suicidato nello stesso luogo in cui Di Pietro lo voleva spedire, e questo con un mandato d’arresto che intanto era sempre lì, sospeso. Sinché i legali dissero a Gardini che il mandato d’arresto era già firmato e che la galera doveva farsela. Dissero che avevano ottenuto di rimandare l’arresto al giorno dopo, ma era un mezzo bluff, perché in realtà il proposito di arrestarlo nel pomeriggio era stato rimandato solo per evitare che le successive perquisizioni potessero protrarsi sino a notte fonda: cosicché, con le sue gambe o col cellulare della polizia, Gardini sarebbe andato in procura e poi in galera. Il mattino Gardini lesse Repubblica (che riportava alcune anticipazioni de Il Mondo che lo riguardavano) e non resse più, si uccise. La reazione di Di Pietro, a caldo, fu questa: «Nessuno potrà più aprire bocca, non si potrà più dire che gli imputati si ammazzano perché li teniamo in carcere sperando che parlino». Aveva ragione: qualcuno si ammazzava prima ancora di finirci. Quel giorno stesso, Di Pietro mandò ad arrestare parenti e amici di Raul Gardini, tra i quali Carlo Sama e Sergio Cusani.
VERSACE È INNOCENTE, MA COLPEVOLE «Sconfitto io? L’indagine su Versace riguardava le tangenti alla finanza. Ebbene: le tangenti sono state pagate, i finanzieri sono stati condannati. Versace è stato condannato in primo grado e in appello e alla fine, in Cassazione, ha convinto l’ultimo giudice di essere stato costretto a pagare». Non è proprio così. Gli stilisti Mariuccia Mandelli (Krizia), Gianfranco Ferrè e Santo Versace, più altri, furono inquisiti dal Pool e dapprima condannati a Milano, ma successivamente assolti a Brescia: si sentenziò che non avevano corrotto la Guardia di finanza. È vero, semmai, che altri stilisti inquisiti nella stessa indagine, e che pure si ritenevano innocenti (tra questi Giorgio Armani e Gimmo Etro), frattanto avevano optato per la legge del Pool, e quindi scelto di patteggiare a Milano con teorica ammissione di colpa. La vera domanda che lo scriba Barbacetto avrebbe potuto fare al suo faraone, dunque, è questa: il Pool chiese circa 3.200 rinvii a giudizio in dieci anni, ma in altri 1.300 casi le posizioni degli inquisiti sono finite ad altre sedi. Bene: si dà il caso che il numero di questi inquisiti finiti in altri tribunali, e regolarmente assolti, sia straordinariamente alto; come mai? Gli esempi sono tanti: l’editore Sergio Bonelli (accusato a Milano e assolto a Brescia) e il manager Franco Nobili (in galera a Milano e innocente a Roma) e l’ex ministro Clelio Darida (in galera a Milano e assolto a Roma) e i manager Vittorio Barattieri e Daniel Kraus (in galera a Milano e assolti a Roma) e il commercialista Generoso Buonanno (in galera a Milano e assolto a Mantova) eccetera. Oltretutto: perché i suddetti risultano esclusi dalle statistiche del Pool di Milano?
Questa pagina è finita, il libro di Di Pietro purtroppo.
Filippo Facci