I delitti senza rimorso di Camus

Sembra una tragedia greca. Solo che qui l’uomo si scontra ineluttabilmente con l’insensatezza della vita e con un universo dove non ci sono più dèi pronti ad aiutarlo e a consolarlo. Da un lato opera classica e dall’altro inquietante affresco della crisi moderna, Il malinteso di Albert Camus (’44) torna sulle nostre scene - ricordiamo, tra i rari spettacoli dedicati a questo titolo, il lavoro di Sandro Sequi dell’85 con Alida Valli e Marina Malfatti - per volontà di Pietro Carriglio, artefice di un allestimento di cui è regista, scenografo e costumista in cartellone all’Eliseo da questa sera. La vicenda, dicevamo, si articola su una struttura tragica di stampo tradizionale: quattro personaggi, una complicità delittuosa priva di una profonda convinzione (o meglio, «necessità»), il passato che riaffiora, il destino che si abbatte come una furia sui legami di sangue. Siamo in Boemia, in una locanda gestita da Marta e sua madre. Entrambe desiderano fuggire da quel luogo tetro e, per accumulare il denaro necessario alla fuga, uccidono i viaggiatori che alloggiano nel loro albergo. I propositi omicidi non si fermano neppure davanti a Jan, fratello e figlio delle donne che, tornato dopo venti anni, non rivela la sua reale identità e finisce avvelenato. Ma i rimorsi non hanno senso in questo assurdo «deserto» della non-speranza e della non-comunicazione. Motivo per cui Marta sembra non scomporsi troppo di fronte alla terribile rivelazione della verità e, ancor meno, di fronte ai propositi suicidi della madre. Solo quando comprenderà la sua solitudine, il fallimento delle sue illusioni, deciderà di porre fine alla sua vita. In questa complessa rete di insanabili conflitti tra felicità e dolore, prendono dunque corpo due personaggi femminili enormi che, nella regia di Carriglio, incontrano la sensibilità e il talento di un duetto di grandi interpreti quali Galatea Ranzi e Giuliana Lojodice, affiancate in scena da Luca Lazzareschi (Jan) e Valentina Bardi (sua moglie Maria).