I democratici continuano a preferire la candidata Hillary

nostro inviato a Denver

Sempre più Hillary, sempre meno Obama. E la convention democratica al giro di boa rischia di sprofondare. I sondaggi sono disastrosi: la prima giornata non ha portato alcun vantaggio al senatore dell'Illinois. Nemmeno un piccolo punticino. Sì, Michelle è stata brava; tenero il fuori programma della piccola Sasha, che si è impadronita del microfono per salutare il padre; commovente l'intervento di Ted Kennedy, malato di tumore. Ma sono mancati i contenuti, le proposte e, soprattutto, un messaggio chiaro. Promettere il cambiamento non basta più al senatore di Chicago, gli elettori ora chiedono: per fare che cosa?
Una domanda rimasta senza risposta anche al termine della seconda giornata. Mark Warner, ex governatore della Virginia, ha parlato nelle vesti di keynote speaker, l'oratore d'onore, ruolo che quattro anni fa era toccato a Barack Obama. Ma anziché infiammare gli animi dei delegati, Warner ha lanciato un appello alla moderazione e al dialogo con i repubblicani; clamorosamente fuori linea in una campagna dove la contrapposizione tra Obama e McCain diventa sempre più importante. Insomma, un boomerang.
Poi è toccato alla Clinton, la grande sconfitta delle primarie. Amata, odiata, ora corteggiata, perché mai come ora cruciale: senza i voti delle sue elettrici Obama difficilmente riuscirà a conquistare la Casa Bianca. Ma tra i due la ruggine è rimasta, a dispetto delle reiterate attestazioni di stima. Ruolo ingrato, quello di Hillary, ma recitato con la consueta professionalità. «Io e Barack abbiamo iniziato la campagna su posizioni diverse, ma ora siamo sulla stessa barca», ha scritto nel discorso anticipato parzialmente alla stampa. «Il Partito democratico è una grande famiglia e noi abbiamo una missione: riportare l'America sulla rotta giusta, impedendo che McCain applichi per altri quattro anni le stesse disastrose politiche di Bush». Ha invitato i suoi sostenitori «a lavorare per Barack Obama con lo stesso entusiasmo che mi hanno dimostrato nelle primarie». Un intervento a senso unico: unità, sempre unità, solo unità.
Qui a Denver Hillary sorride molto, ma, sebbene abituata a mascherare i sentimenti, il suo sguardo è eloquente: malinconico, amaro. Cuore pesante, come quello di molti suoi sostenitori: i più irriducibili a Denver hanno manifestato per le strade, alcuni addirittura in favore di McCain. Lunedì un gruppo di delegati l'ha incontrata nella saletta di un hotel e il mantra della riconciliazione è stato ripetuto, ma quando lei li ha invitati a urlare lo slogan di Barack, «Yes, we can», la maggior parte di loro è rimasta in silenzio.
Ieri mattina l'istituto Rasmussen ha diffuso i risultati di un sondaggio nazionale che ha trasformato la disillusione in rabbia. Alla domanda «qual è il candidato che ha maggiori possibilità di battere McCain?», il 43% ha risposto Hillary, solo il 41% Obama. E tra i democratici non affiliati, che rappresentano il blocco più importante del partito, il distacco è ancora più ampio: 48 a 33%. Insomma, la rimpiangono. Eccome, soprattutto le donne. Sempre secondo Rasmussen, quasi la metà delle sostenitrici democratiche avrebbe voluto Hillary al posto di Joe Biden come vicepresidente.
Doveva essere la convention di Barack Obama, ma sta diventando quella della Clinton; anzi, dei Clinton. Già, perché oggi sul podio del Pepsi Center di Denver salirà Bill e ancora una volta nell'ora di massimo ascolto. Una scelta incomprensibile. Obama lo scorso aprile lo accusò di usare la «carta razziale» nelle primarie e da allora i due non si parlano. Come può ora l'ex presidente tirare la volata a un candidato che notoriamente disprezza?