I democratici pensano già al 2008 e Hillary bussa alla Casa Bianca

«Non avete ancora visto niente», dice lady Clinton citando una canzone. Ma i sondaggi la danno sconfitta con tutti i candidati repubblicani

Giuseppe De Bellis

nostro inviato a New York

Dicono che non è vero: «Pensiamo a oggi». Bugia: Hillary non ha mai visto il presente. È una seccatura per lei che in testa ha il 2008. La maschera cade presto. Nella notte ubriaca: «Non avete visto ancora niente». Il manifesto politico della senatrice è una canzone rock. Non avete visto ancora niente, appunto: lei vuole la storia. Presidente. Una donna alla Casa Bianca. L’ossessione dei democratici non è la Camera né il Senato. È il potere che manca da troppo tempo: la West Wing e poi il mondo. Hillary adesso non si può nascondere più. È la candidata numero uno. Prima in una lista lunga. Hanno girato l’America per mesi: ombre in un Paese che doveva scegliere politici di secondo piano. Loro stavano lì, al fianco, sul palco a vedere l’effetto che fa. Tutti negli Stati chiave, guarda caso: Iowa e New Hampshire.
Adesso se ne vedranno di tutti i colori: c’è chi farà annunci ufficiali circondato dalla famiglia e chi farà finta di prendere ancora tempo, lanciandosi in tour di presentazione di libri che servono come primi biglietti da visita con gli elettori. Gli ingranaggi della macchina del voto del 2008 in realtà girano già a pieno regime, soprattutto nella raccolta di fondi elettorali e nella creazione di staff di fedelissimi negli Stati decisivi.
Due anni di gusto: nel 2008 saranno elezioni con le primarie per tutti e due i partiti. Non succede dal 1952. Hillary è già pronta: i 29 milioni che ha speso per essere rieletta al Senato sono briciole. La sua macchina è pronta a bruciare centinaia di milioni. Prima di cominciare ha già un problema: i sondaggi la danno sconfitta contro tutti i potenziali candidati repubblicani. Prima ci deve arrivare, però. E allora la signora Clinton rischia anche nella sfida interna del suo partito. Rischia perché c’è Barack Obama che scalpita. Vuole candidarsi, ma non è sicuro. Ha già messo in piedi uno staff da potenziale presidente, ma nicchia. L’uomo nuovo della politica americana si gode il successo del suo libro, che è il suo manifesto politico: «L’audacia della speranza». Dio, patria, futuro. Deciderà presto, Obama: «Ne parlerò con la mia famiglia».
Deve sbrigarsi anche lui. C’è qualcuno che l’ha già fatto: il governatore dell’Iowa Tom Vilsack, per esempio. Si gioca tutto nelle primarie che si terranno nel suo Stato: saranno l’apertura del grande ballo elettorale del 2008. Vilsack ci prova, come Bill Richardson, governatore del New Mexico. I democratici sono tanti: Al Gore, rientrato nel circolo, John Kerry, che tenerà di nuovo. Non gli è bastata la sconfitta del 2004 e neanche la gaffe di queste elezioni di mid-term. Tornerà alla carica, spinto dalla moglie Teresa Heinz. Un’altra moglie che mette in prima fila il marito è Elizabeth Edwards: spinge per il senatore John, che tentò l’avventura da vicepresidente con Kerry e fu trombato. Negli ultimi mesi si è fatto vedere di nuovo.
Il problema sarà il ticket: l’accoppiata presidente-vicepresidente. Corrono tutti per vincere e nessuno per fare il secondo. Prime donne i democratici. Prime donne anche i repubblicani, però. I problemi sono gli stessi. Il 2008 è l’ultima tappa per John McCain: si candiderà e vuole vincere. Dice che l’America è un Paese conservatore come lui. Dice che queste elezioni di mid-term l’hanno confermato. Non dice che i sondaggi lo danno favorito. Scaramantico. È già rimasto bruciato nelle primarie del 2000, quando fu battuto da Bush. Dovrà correre ancora dentro il partito. E non tutti lo amano. Contro non avrà George Allen, che se perde la Virginia al Senato non ha speranze presidenziali e che ha fatto troppe gaffe per non pagarle tra due anni. McCain avrà contro Mitt Romney, l’ex governatore mormone del Massachusetts, e Bill Frist, ex capogruppo repubblicano al Senato.
E poi c’è Rudy Giuliani. Forse. Lui fa la stessa cosa che fa Obama tra i democratici: sì, no, vediamo. L'America lo vorrebbe, dicono i sondaggi. E poi c’è l’unico di cui nessuno parla, ma tutti vorrebbero: democratici e repubblicani. Mike Bloomberg for president. Ha soldi, faccia, popolarità. È indipendente. Corre sottotraccia, ma corre. Senza bandiera.