I democratici si affidano ai tecnici del Professore "Così siamo prigionieri"

Il Pd mette il cappello sul governo Monti come se fosse espressione propria. Ma ai piani alti c’è molto disagio

Roma C’era una volta un partito che Pier Luigi Bersani definiva come «un luogo dove si possono dire cose scomode». Un partito in cui la Babele delle posizioni veniva addolcita con l’aggettivo «plurale» e un nemico giurato, un leader di corrente avversa diventava, sempre e comunque, «una risorsa». Per poi finire sempre e comunque impallinato. Altri tempi. Ora nell’arena del Pd la parola d’ordine è tenere basse le armi, riporre il gladio nel sobrio fodero del governo tecnico e vivere fino in fondo la stagione del «montismo».

Racconta un dirigente del centrodestra di aver incrociato un esponente di primissimo piano del Pd e di avergli rivolto la domanda: «Come ti senti dentro questo governo?». Risposta secca: «Prigioniero». Chiacchiere da Transatlantico che rivelano umori e pensieri impronunciabili. Il Pd, infatti, a differenza del Pdl non guarda all’esecutivo Monti come un governo amico da valutare di volta in volta. Bersani ha scelto la strada dell’«incarnazione», un po’ come fece Massimo D’Alema all’inizio dell’esperienza di Romano Prodi. E più passano i giorni, più gli ex di Botteghe Oscure tendono a considerare il governo dei tecnici roba loro. Un processo di adesione psicologica, un transfer, un «Monti c’est moi», che assomiglia alla terapia di auto-aiuto per squali buoni che cercano di smettere di mangiare pesci, immortalata nel cartoon Alla ricerca di Nemo. Come nel film Disney, però, ogni tanto il mantra finisce per non funzionare e capita che Dario Franceschini - lo stesso che su Facebook ha azzardato un paragone tra la rivoluzione montiana e la rivoluzione d’Ottobre - aprendo l’assemblea del gruppo parlamentare, sia costretto ad alzare il morale della truppa ricordando a tutti la verità ufficiale. «Vedo delle facce un po’ così. Guardate che abbiamo vinto noi».

Nelle pieghe di questa complicata tessitura psicologica, insomma, ogni tanto si forma un nodo, una falla, una smagliatura. E spunta persino un accenno di nostalgia per i tempi che furono, come nelle parole pronunciate ieri, su un altro fronte della sinistra, da Nichi Vendola a Che tempo che fa. Un intervento in cui Silvio Berlusconi da uomo sconfitto e in fuga viene nuovamente elevato a dominus politico, a fiero combattente che sa di avere di fronte a sé un intero anno nel quale poter nascondere le responsabilità della destra.

Questo il ritratto che il leader di Sel, fa dell’ex premier. «Se la fisiognomica fosse una scienza politica, il volto di Berlusconi, nel giro di pochi giorni, ha mandato un messaggio all’Italia. Prima, entrando al Quirinale, aveva la faccia di un rais sconfitto e in fuga, il colore, il volto quasi tumefatto». «Nel giro di pochi giorni - fa notare Vendola - quasi a incarnare la famosa profezia di Fiorello che diceva attenzione che Berlusconi dopo tre giorni può resuscitare, ritroviamo un volto da dominus, da signore della politica, da combattente che non solo non si sente fuori gioco, ma è ancora interprete di un ruolo decisivo per il futuro dell’Italia».

I temi dell’eterna, interminabile stagione di contrapposizioni, insomma, riaffiorano sotto pelle. Fenomeno inevitabile quando nel giro di un mese si passa dalle manifestazioni degli Indignados contro le banche e i mercati all’insediamento del cosiddetto «governo della Bce» e ci si ritrova sotto lo stesso tetto politico con Berlusconi. D’altra parte la strategia su cui lo stato maggiore di via del Nazareno si sta esercitando assomiglia molto a una scommessa. Quando la fase dell’emergenza sarà conclusa, si ragiona nel partito di Bersani, il Pd acquisirà più di ogni altro lo status di interprete credibile dell’esigenza di cambiamento rappresentata da Monti.

Una nuova e definitiva legittimazione che ci consentirà di dialogare con il Paese tutto, senza più argini fra elettori dell’una e dell’altra parte, e di incassare alti dividendi in termini di consenso. Questa almeno la speranza, la suggestione trasmessa ai parlamentari del Pd per convincerli a intestarsi le misure che usciranno dal carniere del governo Monti. E a cucirsi addosso un abito che, per molti di loro, rischia di essere stretto al punto da risultare insopportabile.