I democratici verso il crac alzano bandiera bianca

L’ex ministro gela la platea: &quot;Silvio è un politico e un leader vero, la fortuna non c’entra coi successi del governo&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=288351">Il mesto ritorno in video di Lilli la Rossa</a></strong>

Firenze - Walter Veltroni? «Avrebbe dovuto imparare da Berlusconi», che è «un grande politico e un grande leader», ed è stato capace di «tenere un filo e svolgerlo nel tempo, per 15 anni, imparando sia dalle sue vittorie che dagli errori».

Il popolo della Festa democratica (piuttosto scarso alle cinque di pomeriggio, con 38 gradi all’ombra) guarda attonito Arturo Parisi, il «grillo parlante del centrosinistra», come lo chiama il suo intervistatore Giovanni Minoli, l’inventore dell’Ulivo, l’amico e la mente politica di Romano Prodi e dei suoi (sfortunati) governi. Che Parisi sia diventato da mesi l’arcinemico di Veltroni, il suo critico più esplicito e implacabile si sapeva.

Ma che addirittura arrivasse, in odio a Walter, a recitare una sorta di panegirico del Cavaliere e delle sue virtù no, questo nessuno se l’aspettava. E infatti Minoli si diverte molto, «dirigessi un giornale domani titolerei “Parisi: Berlusconi è un grande”, professor Parisi», lo provoca. E lui si limita ad allargare le braccia, come a dire che purtroppo è proprio così. Poi, senza fare una piega, continua la sua requisitoria contro il Pd, figlio bastardo del suo indimenticabile Ulivo, e la sua attuale leadership. Veltroni ha organizzato «primarie finte», il suo Pd «non ha dato al governo Prodi il sostegno che serviva, in un momento di difficoltà»: non dice che l’ha fatto cadere apposta, ma il senso è quello. Il governo ombra? «Un’esperienza fallita, una scommessa mancata». Colaninno junior? «Ha perso un’occasione, onestamente»: quella di «dimettersi per conflitto di interessi su Alitalia». Insomma, il totale dei «trecento giorni» di Walter alla guida del Pd «porta il segno meno». Mentre i primi cento giorni di Berlusconi al governo «sembrano avere il segno più». «Ha ereditato il fattore C di Prodi?», gli chiede Minoli. «Onestamente bisogna riconoscere a Berlusconi qualcosa di più della fortuna», replica il Professore. Annuncia che firmerà il referendum contro il lodo Alfano di Di Pietro, quello bocciato da tutto il resto del Pd, e che lui in piazza Navona con Tonino ci tornerebbe eccome. Chiede che le europee non siano una «conta interna», magari contro il segretario, ma l’occasione per rilanciare il suo mitologico Ulivo, imbarcando in un’unica lista verdi, socialisti, pezzi di sinistra radicale.

Ma l’elogio di Berlusconi si ritorce subito contro il Professore, investito da una gragnuola di critiche. «Il giorno in cui Parisi utilizzerà un quarto delle sue energie per attaccare la destra sarò contento», dice Veltroni. Che invita a mandare «meno segnali di litigio e divisione», e boccia senza appello il ritorno all’Ulivo come contenitore dei tanti frammenti di centrosinistra: «Ho persino sentito Parisi inneggiare a Diliberto - ironizza - ma l’idea di quella coalizione era sbagliata, per noi e per il Paese», e grazie a quello sbaglio «abbiamo perso il rapporto col territorio, dove vive la gente reale». L’ex ministro della Difesa non perde un attimo. «Il mio intervento - replica a Veltroni - era su come contrastare la destra, ma non c’è nulla di peggio del sordo che non vuol sentire... ».

Anche D’Alema definisce «ingeneroso» il giudizio tranchant sul governo ombra. E Francesco Rutelli, protagonista del dibattito serale alla Festa di Firenze, spiega - guadagnandosi l’ovazione - che lui (al contrario di Parisi) è qui «non per prendermela col Pd», e tantomeno con «il leader che abbiamo scelto, e al quale daremo il nostro contributo», ma per «prendermela col governo». Verso il quale, denuncia, «è scattato un meccanismo ipnotico, anche nel centrosinistra», che paralizza l’iniziativa dell’opposizione. Mentre ci sarebbe «moltissimo da fare», perché il Pd invece di tenere aperto «un fronte polemico interno ininterrotto», dovrebbe «cercare di imporre la propria agenda e non continuare a farsela imporre dal governo, questo è il nostro problema numero uno».