I Depeche Mode al Forum Sogno di una generazione

Tutto esaurito per le due serate all’insegna della nostalgia

Antonio Lodetti

Techno e pop, o meglio elettronica e pop conditi da suoni che - da oltre 25 anni - in un modo o nell’altro fanno tendenza. Viaggiano veloci verso i 45 anni i Depeche Mode (Andy Fletcher e Martin Gore ne hanno 44, il cantante Dave Gahan 43)ma hanno l’entusiasmo e la fantasia dei ragazzini di un tempo. Lo prova il loro ultimo album Playing the Angel, lo conferma l’entusiasmo (con inevitabile tutto esaurito) che circonda i loro concerti di domani e dopo al Forum.
Eppure lo stesso Gahan raccontava l’anno scorso tra il serio e il faceto: «Tra tutte le band della nostra generazione, i Depeche erano gli unici sulla cui sopravvivenza non avrei scommesso». Eppure piacciono a tutti, anche ad artisti agli antipodi dalla loro estetica come il satanico Marilyn Manson che ha reinventato il loro classico Personal Jesus o anche band italiane come i Bluvertigo. «Il nostro è un insieme di sonorità affascinanti - dicono ora i tre - che sposa anima ed elettronica, pop e sperimentazione; è difficile resistere a questo cocktail».
Quanta strada, quanto successo, quanti soldi dai giorni in cui Gore forma i Norman & the Worms e poco dopo, con Fletcher e Vince Clarke i Composition of Sound, nome pomposo che anticipa l’epopea dei Depeche Mode (nome rubato ad una rivista glamour francese). Gahan, simbolo della band, è l’ultimo arrivato (nel ’77 era attratto dal punk e da gruppi dandy come i Blitz Kids), ingaggiato dopo una infuocata jam session londinese.
La sua voce dinamica, che sa essere molto coinvolta emotivamente con escursioni da melodismo pop quanto fredda e distaccata, è uno dei punti di forza del gruppo.
«Canto quello che sento, quello che ho vissuto e che cerco di trasmettere agli altri. Spesso i fan ci vorrebbero sempre uguali, senza rendersi conto che anche noi maturiamo, cambiando il nostro mondo musicale senza stravolgerlo», dice Gahan.
Infatti nel loro ultimo album c’è una interessante (ed estremamente disimvolta) elaborazione di John the Revelator, blues tradizionale reso famoso negli anni Trenta da Son House, maestro del blues del Mississippi.
Nel suono odierno dei Depeche Mode c’è tutto il loro mondo concentrato in due ore di concerto. Ci sono rimembranze degli entusiasmi giovanili e ricordi di dolorose esperienze (nel ’96 Gahan quasi ci rimase secco in un hotel di Los Angeles, in overdose e con i polsi tagliati, e anche i suoi compari hanno avuto i loro problemini esistenziali), il gusto per la trasgressione e al contempo quello per la semplicità e anche per la raffinatezza. Tutte cose che solo loro sanno mettere in musica con quel fascino disarmante e un po’ guascone.
Così nel doppio show milanese i Depeche Mode rileggono la loro intera carriera (curioso notare che poco più di due anni fa Gore e Gahan si esibirono separatamente all’Alcatraz) passando dai pezzi nuovi come Damaged People rivisitano gli anni 90 (da Precious a I Feel You, saltabeccando da I Want It All a precious e conservando per il bis Goodnight Lovers e antichi successi quali Just Can’t Get Enough e Never Let Me Down Again.
Una serata all’insegna di un suono e di un pubblico trasversale e multigenerazionale.