I «desaparecidos» del Novecento italiano

Una mostra insolita e interessante, dedicata agli artisti italiani fra le due guerre, è aperta fino al 17 giugno al Castello Visconteo di Pavia (a cura di Guido e Stefano Cribiori). Il titolo, che riprende un po’ ironicamente quelli dell’epoca, è appunto «II Esposizione Collettiva dell’Arte del Novecento».
Ma che cosa può avere di insolito un’iniziativa simile, dopo tante mostre analoghe viste negli ultimi decenni? Il fatto è che la rassegna, giunta alla sua seconda edizione dopo quella tenuta al Chiostro di Gavirate lo scorso anno, non si incentra sui nomi dei maestri più consacrati, ma va a cercare, nelle pieghe della storia, gli sconosciuti e i dimenticati.
Si intende, non mancano in mostra De Chirico e Funi, Marussig e Tosi, Salietti e De Grada, Monti e Pratelli, De Rocchi e De Amicis, Carpi e Leonor Fini, Andreoni e Thayat. Ma la vera sorpresa la riservano quegli artisti che nessuno ha mai sentito nominare, se non gli specialisti (i quali, però a loro volta li hanno studiati solo sui libri, perché le mostre di solito tendono a concentrarsi sui grandi nomi).
Sappiamo per esperienza quanto sia difficile, quando i maggiori si chiamano De Chirico e Sironi, trovar spazio per i cosiddetti «minori», anche se spesso rivelano una dignità pittorica tutt’altro che modesta e comunque non inferiore, se non ai maestri, a certi più fortunati colleghi. Ben vengano, dunque, mostre come questa. Anche perché dietro molti degli illustri sconosciuti non c’è tanto l’imperizia o la più debole ispirazione, quanto un destino ingeneroso, e spesso una vicenda drammatica, che spiega tanta dimenticanza.
Paola Consolo, ad esempio, che fu apprezzata da Medardo Rosso e da Margherita Sarfatti, e di cui in mostra è presente un delizioso nudo rosa e verde, morì a ventiquattro anni, dando alla luce la figlia. Roberto Aloi e Ugo Celada, invece, non trovarono mai uno sbocco, in Italia, per il loro iperrealismo, che in Germania avrebbe riscosso ben altra attenzione.
Carpanetti e Masseroni, poi (come Pratelli e Barbieri, che solo da qualche tempo sono stati riscoperti e studiati, e come molti altri, di cui si è smarrito perfino il ricordo) pagarono duramente nel dopoguerra la loro adesione al regime fascista.
Di Carpanetti, in particolare, che suscitò un vasto consenso alla Quadriennale di Roma del 1931, e collaborò a lungo con Sironi, si è persa ogni traccia. Ha continuato a lavorare fino al 1969, l’anno della scomparsa, ma di lui non si sa più nulla. Non sempre, insomma, le sorti di un artista dipendono solo dall’arte.