I devoti della veggente raccontano i miracoli

Sala gremita e tante testimonianze al convegno sulle apparizioni al Fasce

Maria Vittoria Cascino

Sono in tanti e sono lì per Giliana. Sono al sesto piano dell'AC Hotel di Corso Europa per sentire una storia che ti s'infila sotto la pelle senza avvertirti. Che ti strappa quel sorriso scettico senza svegliarti. Sono tutti lì per la «Giliana» (Edizioni D'Arte Marconi, 182 pag., euro 18) di Alessandro Massobrio, la biografia di Giliana Faglia, la veggente che con padre Raschi costruì sul Monte Fasce la Piccola Città dell'Immacolata.
Il pretesto è la presentazione d'un libro scritto col cuore. Un libro che ha voluto l'associazione Amici di Padre Raschi. Tre anni di vita, decine di iscritti e una sala piena che fa venire i brividi. Il presidente Luigi De Pascalis fa scorrere le diapositive: Giliana bambina, con le amiche, sul monte Fasce a fare i sopralluoghi, vicino all'altare di marmo. Con il volto che una grave malattia scava senza rubarle quel sorriso buono dagli occhi. «Per mostrarla a chi non la conosce ancora» ti dice De Pascalis, che sul Monte Fasce c'è finito per caso vent'anni fa. Che Giliana ha riconosciuto e chiamato. E vai a spiegarlo cosa è successo. Da quel giorno non s'è più allontanato. Ha conosciuto Elsa Repetti, che di Giliana sa tutto. E lei ti racconta di Padre Pio che chiede alla veggente che cosa la Madonna ha in serbo per lui. E di quando Padre Raschi la incontra e con lei per la prima volta vede Maria. Un sodalizio che diventerà un forza potentissima, capace di alzare sul monte la città mariana, quando la Chiesa storce il naso e ci va cauta. Vicino a Massobrio c'è il caporedattore del Giornale, Massimiliano Lussana. Che lo confessa subito che il libro non lo avrebbe letto. Eppure pagina dopo pagina c'è finito dentro fino al collo: «C'è qualcosa che ci ha portato qui ed è la stessa cosa che porta la gente sul monte Fasce». Che tiene quella gente seduta in una stanza a ricordare Giliana. Ma l'apparato ufficiale ecclesiastico resta muto. «Dovete voi farvi parte attiva per ottenere il riconoscimento di questo miracolo - insiste Lussana - fornire quelle che chiamano testimonianze gravi e concordanti». Basta questo. Qualcuno si alza e prova a raccontare. Del profumo di gigli che si spandeva quando Giliana era vicina. Lo stesso profumo di cui odoravano i santini stretti nel portafogli. Delle migliaia di farfalle bianche che in una fredda giornata d'ottobre si levarono dalla sua tomba. Dei desideri esauditi ancor prima d'essere pronunciati. Del cancro che sparisce e di cartelle cliniche che sfuggono a qualsiasi spiegazione medica.
Una signora si alza, le parole fanno fatica a trovare forza, alla fine quasi lo grida che «solo conoscendo Giliana ho conosciuto la felicità». Molti hanno gli occhi lucidi, altri piangono in silenzio. Qualcosa è successo nella sala ovattata. Qualcosa di potente che fa parlare i cuori, gli occhi, le mani. Nella ricostruzione di Massobrio. Nel pudore di chi la sua storia la racconta perché quella grazia e quell'amore non conoscono confini.