«I Dico? È stato l’Ulivo ad imporli al governo»

Cuperlo: vicenda pilotata dalla maggioranza Che ora si deve assumere le sue responsabilità

da Roma

«Sono francamente stupito da alcune reazioni della maggioranza, e anche del mio partito. Sostenere che la vicenda dei Dico si riassuma in un azzardo unilaterale del governo è ingeneroso, e soprattutto non tiene conto dei fatti». Non fa nomi, il parlamentare della Quercia Gianni Cuperlo. Ma si capisce che ce l’ha con quei dirigenti dell’Ulivo che all’indomani dell’abbandono dei Dico da parte di Prodi sostengono che il governo ha fatto male a mettersi in mezzo (lo dice la senatrice fassiniana Vittoria Franco) o che le coppie di fatto non sono certo una «priorità» (Marina Sereni).
E i fatti quali sono, onorevole Cuperlo?
«Ristabiliamo il loro ordine logico: nello scorso dicembre, mentre si discuteva la Finanziaria in Senato, venne accantonato dopo grande polemica nella maggioranza un emendamento che riconosceva alcuni diritti ai conviventi. E il centrosinistra, con un ordine del giorno approvato da tutti e concordato con Palazzo Chigi, impegnò il governo a presentare un disegno di legge per regolare la materia entro il 31 gennaio».
Sta dicendo che la maggioranza deve assumersi le sue responsabilità?
«Non è che Prodi e la Pollastrini siano stati colpiti da un’insolazione e abbiano deciso di buttare lì questa tremenda provocazione: hanno seguito il mandato del Parlamento. Il governo non ha fatto altro che cercare di applicare quelle sette righe di programma, e obbedire all’indicazione del Senato che lo vincolava: questa vicenda è stata pilotata non dai ministri ma dalla maggioranza. Solo a quel punto Pollastrini e Bindi hanno faticosamente cercato una mediazione. E l’hanno trovata».
Anche se non è piaciuta a tutti.
«Certo, su quel compromesso sono piovute le critiche comprensibili di chi voleva qualcosa di più coraggioso, e anche quelle dei cattolici. Ma il varo del ddl è stato salutato dall’Unione come un successo politico, e dall’Ulivo come la dimostrazione che è possibile un punto di incontro, non facile, tra Ds e Margherita».
Fattostà che in molti hanno interpretato la crisi di governo come effetto anche dell’offensiva clericale contro i Dico. E che Prodi per riprendere la fiducia li ha abbandonati al loro destino.
«Io non voglio leggere le parole di Prodi come una liquidazione dei Dico, come uno “scusate, ci siamo sbagliati”. Ora è compito del Parlamento varare una legge in materia: siamo gli unici in Europa, insieme alla Grecia, a non averla. Ma mi auguro che il governo continui a fare la sua parte e a seguire il provvedimento. D’altronde quella proposta è talmente moderata che sono fiducioso che si possa creare una trasversalità ampia: anche nell’opposizione ci sono tanti sinceri liberali, che spero si facciano sentire. Perché se c’è un punto che ci dovrebbe vedere tutti accomunati è la difesa dell’autonomia della politica e della laicità dello Stato. Anche se certo l’Italia è un Paese un po’ anomalo da questo punto di vista...».
Nelle vostre file c’è persino la Binetti, secondo la quale è intervenuto nientemento che il Padreterno contro i Dico...
«Francamente mi è parso uno scivolone di stile e di tono. Per non parlare di quel che ha detto sul caso Welby e sui radicali: cose che oltrepassano la soglia del ragionevole».
C’è anche Rutelli, che dice che i Dico non hanno rilievo economico.
«Mi pare una lettura un po’ datata, in verità. Il problema da discutere, anche nella prospettiva del Partito democratico, è se i diritti civili e di cittadinanza siano o no una delle grandi questioni che un centrosinistra moderno deve avere nel suo patrimonio. Gran parte del riformismo europeo si interroga su questi temi, è meglio non liquidarli con toni spicci».