I DIECI ANNI FELICI DI OVERLAND

Sono quasi dieci anni che i camion arancioni Overland (lunedì su Raiuno, ore 23,15) girano il mondo con la telecamera al seguito, trasferendo le esperienze vissute in altrettanti documentari. A volte, quando si inizia un articolo in questo modo, è per manifestare in modo più o meno diretto una certa stanchezza, una presa di distanza. Magari un recensore di cattivo umore potrebbe persino evitare qualunque tipo di scrupolo e aggiungere: non sarebbe il caso di smettere, dopo tanti anni? Ancora Overland? Ancora il pachidermico incedere dei camion arancioni sulle strade sterrate? Ancora il racconto di come sia povera, dura e difficile la vita nelle bidonville del Centro America (e non solo), in certi scarnificati quartieri asiatici, in certe desolate periferie del terzo mondo? Ci fermiamo qui perché non è questo il caso. Overland, dopo tanti anni, ha ancora la sua ragione di esistere pur dovendo fare i conti con i chilometri macinati e la ripetitività di molti scenari da fame che incrocia lungo il cammino. Ha ancora la sua ragione di essere soprattutto per il modo di raccontare ciò che incontra. È un modo semplice e diretto, privo di protagonismi, che deve fare sempre i conti con il minutaggio concesso (un'oretta a puntata, a fronte di viaggi di migliaia di chilometri), ma che riesce a scegliere il materiale da mandare in onda con pertinenza e una certa grazia, se è concesso usare questo termine insolito per un documentario. I curatori di Overland non vanno alla ricerca di immagini o scenari ad effetto, che strappino la facile indignazione o producano il pugno nello stomaco che tanti altri documentaristi si preoccupano di non farci mancare. Pare di capire che, da sempre, il materiale privilegiato sia quello che ci permette di toccare con gli occhi il bello e il brutto dei paesaggi e delle situazioni umane senza che un aspetto specifico e particolare si possa fissare nella memoria a dispetto del senso e del valore del «viaggio in sé», con il suo carico di scoperte e di avventure, di scambio di conoscenze umane e di curiosità culturale. I viaggi di Overland ci mostrano il «panorama» che si para davanti ai camion arancioni, e conta più il percorso che la tappa, più l'atto di conoscere che la volontà di indugiare sul conosciuto. Del resto gli Overland non sono solo dei mezzi di trasporto, ma una filosofia di vita. E in molte delle riprese effettuate e delle immagini mostrate si scorge lo spirito pionieristico del fondatore di queste spedizioni, il torinese Beppe Tenti, ex costruttore edile poi convertitosi ai viaggi intorno al mondo. Lo si intravede, come unica concessione al protagonismo, nelle inquadrature in cui ci mostra la cartina della prossima spedizione assieme ai suo compagni di viaggio.