I dimenticati del gulag

Gabriele Nissim

Perché la memoria dei gulag stenta a diventare un ricordo universale e non si pone accanto a quella della Shoah come un monito morale per tutta la cultura europea? È quasi normale insegnare ai ragazzi nelle scuole di non dimenticare Auschwitz, mentre non c’è ancora un senso comune attorno al ricordo di Kolyma e dei campi sovietici. Vale la pena affrontare di petto i motivi di questa difficoltà nella giornata di «Memento gulag».
Un vero profeta della situazione che si vive nella Russia di Putin - ma che attraversa anche molti settori che in passato hanno guardato con entusiasmo al sistema sovietico - è stato negli anni Cinquanta il grande scrittore Vassilij Grossman. Nel suo ultimo libro, Tutto scorre (Adelphi), racconta un episodio emblematico: quando il professore Ivan Grigor’evic ritorna a Mosca dopo trent’anni di condanna in Siberia, il suo vecchio amico Pinegin, che lo aveva denunciato all’NKVD, si sente profondamente a disagio. Colto da un senso di vergogna pensa di confessare a Ivan la propria colpa per liberarsi del peso ingombrante del passato, ma poi decide di tacere e di rimuovere il malessere interiore davanti a una tavola imbandita in un buon ristorante. Preferisce reprimere la spinta al pentimento e arriva a guardare con rancore l’amico di un tempo, che è tornato a turbare la sua vita tranquilla, ora minacciata dal rimorso.
Attraverso Pinegin, Grossman mette in evidenza la tragedia di una società divenuta ostaggio della paura: dietro ogni uomo finito nel gulag non c’erano solo i cekisti, ma un vero e proprio esercito di delatori, perché il potere era riuscito con il terrore a coinvolgere larghissimi strati popolari nel meccanismo della persecuzione. Nel pianeta sovietico la delazione era considerata il dovere civico per eccellenza. Quando veniva lanciata una campagna politica contro una nuova categoria di «nemico», tutti dovevano parteciparvi denunciando amici, vicini di casa, colleghi, chiunque rispecchiasse in qualche modo le caratteristiche che il potere aveva indicato come nocive per la società.
Grossman ci fa capire come in Russia la memoria del gulag non sia per niente semplice, bensì richieda un atto di responsabilità, un’ammissione di colpa diffusa, che ampi settori della società preferiscono rimuovere. Il ricordo del passato viene visto con ostilità non solo da chi è stato all’interno della macchina repressiva, ma anche da chi vi è rimasto coinvolto per costrizione, per motivi di carriera, o semplicemente per non rischiare problemi nella propria vita quotidiana. Per salvarsi era meglio acconsentire alle richieste del regime, anche senza convinzione.
La stessa situazione descritta da Grossman l’ha vissuta Luciana De Marchi, la figlia di un giovane regista amico di Gramsci, fucilato a Butovo nel 1938. Le capitò per uno strano destino di lavorare negli studi cinematografici diretti da un certo Britikov, l’uomo che aveva testimoniato contro suo padre e aveva offerto alla troika staliniana le “prove” della sua attività controrivoluzionaria. Luciana De Marchi soltanto due anni fa ha scoperto la verità negli archivi sovietici: la deposizione di Britikov contro suo padre spiegava il mistero del boicottaggio a cui l’aveva sottoposta nel suo lavoro di attrice. Come ha scritto Cechov, si odiano le persone a cui si è fatto del male. E così l’uomo che aveva fatto condannare suo padre si accaniva sulla figlia perché gli evocava la sua colpa.
Questi episodi ci illuminano - come ha osservato di recente Sergio Romano sul Corriere della Sera - sulle aporie della memoria nella Russia di Putin. A differenza di Israele che in tutti questi anni ha promosso una memoria statale della Shoah, a Mosca il ricordo del gulag è per ora soltanto nelle mani di organizzazioni volontarie e indipendenti come Memorial o il museo di Perm’. Il presidente russo ha evitato di costruire un memoriale come lo Yad Vashem di Gerusalemme e ha rimosso nel suo discorso pubblico qualsiasi riferimento al dovere della memoria dei gulag, non soltanto per la sua provenienza dai servizi segreti, ma anche per le divisioni sociali che provoca il passato. Quando si ricorda una vittima, si ricorda anche il suo delatore, e questo non piace a tutti. Così, in un incontro inusuale con gli storici, nel novembre del 2003 Putin ha dichiarato: «Dobbiamo ripulire la storia dagli scarti. Il nostro era un grande Paese. Dobbiamo insegnare alla gioventù a essere orgogliosa della nostra storia». Gli scarti erano i gulag e i crimini del totalitarismo.
Il meccanismo di rimozione descritto da Grossman e la mancanza di una purificazione morale non riguarda soltanto la Russia di Putin, ma anche qualche pezzo di storia italiana. Sono stati ben 1024 gli italiani perseguitati negli anni dello stalinismo: 111 furono fucilati e 140 finirono nei gulag, da cui uscirono vivi solo in 36. E a queste vittime vanno aggiunti i 602 deportati della comunità di Kerc. La loro sorte è stata decisa anche con la corresponsabilità di alcuni dirigenti comunisti italiani, che consegnavano regolarmente agli agenti del NKVD i dossier relativi ai quadri del partito individuati come «traditori della causa». Erano i dirigenti del Pci ai massimi livelli, a partire da Togliatti, i delatori che aprivano la strada ai processi ai «compagni» emigrati.
I racconti drammatici delle loro vicende ci sono giunti prima attraverso la battaglia solitaria di donne splendide come Nella Masutti, Pia Piccioni e Luciana De Marchi, poi attraverso le testimonianze scritte di Dante Corneli, che trascorse 20 anni nei gulag perché accusato di trotzskismo.
Recentemente il grande lavoro di documentazione di Elena Dundovich, Francesca Gori ed Emanuela Guercetti ha portato alla luce il materiale degli archivi sovietici. Eppure attorno a loro continua il silenzio della politica, perché la sinistra di origine comunista, che pure ha rotto con il sistema totalitario, non ha mai pensato di affrontare in termini autocritici una riflessione sugli anni del fascino sovietico. Mentre è normale chiedere a Gianfranco Fini di condannare le leggi razziali e di andare ad Auschwitz, non sembra importante per questa sinistra rendere omaggio ai memoriali di Butovo, a Mosca, o di Levashovo, a San Pietroburgo, o nelle miniere di Kolyma, dove sono sepolti migliaia di prigionieri politici.
Come ha sostenuto Walter Benjamin nelle sue riflessioni sull’agire umano, non basta voltare pagina e guardare al futuro, si ha anche il dovere di mettere ordine nei cocci del passato. Così questa reticenza preclude nel nostro Paese la nascita di una memoria condivisa che accomuni la destra e la sinistra non solo nel ricordo della Shoah, ma anche in quello dei gulag.
A Mosca, Memorial svolge con grande determinazione un lavoro pionieristico osteggiato dal vecchio apparato e dagli ex delatori. In Italia non è necessario tanto coraggio, eppure ancora sembra mancare la serenità per affrontare quella storia senza rimozioni.
Una grande occasione comune per tutti potrebbe essere domani, il 10 novembre, quando a Milano verrà dedicato il parco Valsesia alla memoria delle vittime italiane. C’è una grande posta in gioco. Non si tratta soltanto di non dimenticare per rispettare il diritto alla memoria delle vittime. Come si ricorda la Shoah per una responsabilità nel tempo presente di fronte all’antisemitismo, si dovrebbe ricordare Kolyma per essere sempre in guardia di fronte ai regimi e alle ideologie che dividono il mondo in «amici» e in «nemici del popolo» da eliminare.
Non è ancora così.
Gabriele Nissim