I divi in toga

È diventata definitiva, con sentenza della Cassazione, la condanna inflitta a Vittorio Sgarbi per avere definito «indagini politiche», in una intervista del 1998, quelle del pool antimafia di Palermo. Gli si addebita cioè come reato l’aver espresso una convinzione che da decenni ormai non viene ritenuta, in Italia, audacemente provocatoria: viene ritenuta un luogo comune. Da commentatori d’ogni parte politica è stato deplorato che la giustizia avesse a lungo dimenticato di dover non solo essere, ma apparire imparziale.
Nell’interpretazione di toghe militanti e dominanti il compito della legge penale non era più quello di pronunciarsi su casi determinati e circoscritti, e su responsabilità personali. Ci mancherebbe. Il compito della legge era diventato quello di rivoltare la società come un calzino, di sottoporre il Paese a una catarsi profonda. Investiti di questa missione salvifica, osannati dai mezzi d’informazione, blanditi da uomini di partito disposti anche ad essere spossessati del loro potere pur di vedere nei guai gli avversari, i divi in toga hanno vissuto una stagione d’incontrollata euforia. I processi, con le loro inchieste sempre «fiume» e i loro faldoni sempre monumentali, sono stati troppe volte la versione giudiziaria di una ideologia. Pareva che importassero non tanto le condanne - che spesso non sono arrivate - ma la gogna e il tormento inflitti a soggetti politicamente deteriori.
In epoca remota l’accusa di politicizzazione era stata rivolta ai magistrati dalla sinistra. Il termine «giustizia di classe» fu uno dei suoi cavalli di battaglia (e saltuariamente riaffiora se vengono incriminati i dimostranti vandali del G8 di Genova). La giustizia dei «redentori» d’un Paese malato non era di classe, era però squisitamente e incontestabilmente politica. Non mi riferisco qui alle mattane di magistrati in servizio - e tali rimasti - che portati in Cina nei momenti spaventosi della «rivoluzione culturale» andavano in estasi assistendo ai processi di massa, negli stadi, contro sventurati innocenti (vedi al riguardo «La toga rossa» di Francesco Misiani). Mi riferisco a toghe di maggior calibro, e di miglior livello intellettuale. Non si deve dirlo? O lo si deve dire soltanto nei bar e nei corridoi dei Palazzacci?
Rifiuto questa ipocrisia. Non sono, sia chiaro, tra coloro che attribuiscono le caratteristiche d’una caccia alle streghe ad ogni atto della magistratura. Ritengo anzi che tra le responsabilità delle toghe militanti vi sia anche quella d’aver tolto credibilità - per eccessi faziosi - anche a interventi contro la dilagante corruzione che erano doverosi. Con felpata prudenza il presidente delle Camere penali Ettore Randazzo ha ribadito che il principio affermato dalla Cassazione «è ineccepibile» ma che «il fenomeno esiste». E il fenomeno è quello di magistrati «che indirizzano in tal senso» (ossia in senso politico, ndr) il loro modo di agire». Fuor dalle circonlocuzioni riduttive e dagli eufemismi di convenienza questo significa che la Cassazione ha difeso un principio astratto, ma la realtà quotidiana è altra cosa.
Non mi atteggio a difensore di Sgarbi che è bravissimo - ma non gli è bastato - nel difendersi da solo. In altre occasioni gli poteva essere imputato un linguaggio polemico virulento. Ma non trovo nulla di particolarmente grave, e di contrario alla verità, nella frase che gli è valsa la condanna per diffamazione. Mi sembra sensato il rilievo dell’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori sulla singolarità dei poteri d’una magistratura che è chiamata a decidere se qualcuno l’ha o no offesa. Classico esempio di controllato che è anche controllore. Sarà giusto così, ma anch’io ho qualche dubbio.